con quel che segue e che ogni buon dilettante ricorda, senza bisogno di suggeritore alla buca.
Del resto, chi sa? Era logico che quell'amore, nato così facilmente, come i funghi tra uno scroscio di pioggia ed un raggio di sole, si disfacesse chetamente da sè, con altrettanta ragione di morte quanta era stata la sua ragione di vita.
Di Ariberti e delle sue incertezze vi ho detto, e si capisce perchè avesse lasciata intisichire la sua passione a quel modo. Ma che pensare della signora Giselda? Ecco qua una faccia del poliedro (poichè la geometria è di moda in letteratura) una faccia da poliedro teatrale. La donna, creatura debole, ha sempre mestieri di appoggio; la prima donna, che è donna alla seconda potenza (vedete? dalla geometria si passa nell'algebra), ha mestieri di appoggi. L'uomo, anzi, gli uomini, non sono un fine per lei, ma strumenti ordinati ad un fine, collocati sulla sua strada perchè essa li usi a quel fine. Perciò, amori pochi, e tutta galanteria; galanteria molta o poca, schietta od impura come le varie qualità di petrolio che sono in commercio (ahimè, qui si casca dall'algebra nell'industria!), ma sempre subordinata alla carriera.
La carriera, capite? Imperocchè, salvo i casi di fare fortuna con qualche ricco sfondolato che offra il suo cuore per la trafila del notaio e del prete (adesso bisognerà aggiungere il sindaco), il sopraccapo della carriera artistica va innanzi perfino alla cura del vile guadagno. il tornaconto è una cosa; la carriera è tutto. C'è dentro la soddisfazione dell'animo, la vanità consolata, le rivalità debellate, la notorietà, l'apparenza, insomma tutti i benefizi dell'essere in mostra. Anche il giornalista, per quanto dicono i suoi critici, è fatto un pochino così. Semel abbas semper abbas; cioè a dire che quando abbia una volta assaporate le pericolose gioie dell'essere in vista, alla ribalta del suo teatro politico, non sa più rassegnarsi a tornare fra le quinte. Come? potrebbe egli venire il giorno per lui che Minghetti, o chi per esso, non tremasse nello strappare la fascia del suo riverito giornale? che nessuno dei mendicanti di fama credesse più necessario di fargli la sua scappellata per via? Si grida contro le seccature del mestiere; ma che serve? il palcoscenico attira. Avanti dunque gl'istrioni! Anche a Nerone, buon'anima sua, dispiaceva di andarsene dalla scena del mondo, e soltanto perchè non avrebbe potuto più sostenervi la sua parte. «Qualis artifex pereo!»
Eppure la felicità è una cosa modesta nelle sue apparenze, dirò meglio, una cosa oscura, che si compiace nel silenzio e sa farsi, con pochi ma saldi affetti e con umili ma care consuetudini, il suo recesso ignorato anche in mezzo alla folla. Solo il piccolo mondo che ci siamo foggiati, per così dire, nei ritagli del grande, ha veri conforti per noi, o tanto più efficaci in quanto che sono più concentrati. Ma sì, andate a dirlo agli istrioni! Neppure Giselda era fatta per accettare di buon animo la sua parte di felicità con Ariberti, quantunque giovane, bello, e innamorato per giunta. Se egli avesse posseduto almeno cinquanta mila lire d'entrata, chi sa?…. Forse allora la bella diva avrebbe potuto rinunziare al suo piedistallo sul palcoscenico, ma per formarsene un altro nella società elegante e per avere il diritto di lagnarsi poi, di rimpiangere costantemente due volte al giorno il sacrificio fatto di tanti omaggi d'adoratori a cui era avvezzata, dei fiori, degli applausi e del nome in mostra sui cartelloni.
Quanto ad accettarlo come un amante, a dargli e ad accoglierne un tributo d'affetto immenso e fugace, la cosa sarebbe stata più facile, perchè Ariberti le era simpatico. Rammentate il modo in cui si erano conosciuti. Ma il piacere agli occhi di una donna non basta ancora; e spesso, in una società che fa tutto a mezzo e non ha gagliardia d'impulsi per la virtù nè pel vizio, val più una occasione colta a volo, che non la costanza e l'ossequio da un lato, e la passione, o la misericordia, dall'altro. Poi, il nostro innamorato non era stato abbastanza audace, o la signora Szeleny non aveva avuto bisogno abbastanza di lui. Siate audaci; un granellino d'audacia dà risalto all'amore. Rendetevi necessari, e sarete anche cercati. È il segreto di molti con molte, e se non temessi di farmi cavar gli occhi da qualche decima Musa sdegnata, vorrei dire con tutte.
Così adunque ebbe fine quell'altra passione di Ariberto Ariberti. Venne un mattino uggioso e freddo, sebbene fosse già di primavera inoltrata, che la signora Giselda Szeleny se ne andò via da Torino. Era stata cinque mesi sulle rive del Po, e mietuti quei pochi allori, pigliati a stento quei magri quartali che l'impresario giurava non aver essa guadagnati, se ne tornava alla sua residenza artistica in riva all'Olona. Spariva, insomma, portando via ad Ariberti un pezzettino di cuore e lasciandogli in ricambio qualche frase magiara pei suoi studi di lingue comparate, un guanto per la sua collezione di roba scompagnata e qualche ciocca di viole appassite, malinconici trofei d'un amore, che si era fermato alle prime avvisaglie. Ma no, dico male; gli lasciava anche la promessa di scrivergli spesso e lungamente, tanto per avere una scusa a non dirgli altro a parole e per dare una forma meno recisa e fredda all'addio.
Frattanto quel suo ripesco amoroso colla bella inglesina andava innanzi col solito metro. E i debiti pur troppo del pari, di guisa che Arun-el-Rascid già incominciava a star sul tirato e il nostro eroe si vedeva in un ronco, senza speranza di uscirne.
Il suo dramma era stato recitato ed era anche piaciuto discretamente ai popoli. Ma egli aveva lavorato per la gloria, la qual cosa vuol dire che non aveva buscato un soldo. E per giunta alla derrata, quel po' di gloria gli fruttò noie e grattacapi a bizzeffe. La Dora aveva detto corna del lavoro, e con parole di superbo dispregio, che a lui parve eccedessero i termini assegnati alla critica onesta. Si capisce che mandò subito i suoi padrini ai compilatori dell'ibrido giornale. Andarono questi e trovarono Ferrero, che rifiutò di battersi per un giudizio letterario. Povero a lui, diceva, se avesse dovuto dare soddisfazione sul terreno a tutti gli autori fischiati, o degni di esserlo! In quell'idea s'incocciò, nè ci fu verso di smuoverlo, neanche con qualche frase un po' dura. Quanto al contino Candioli, egli non poteva battersi che coi pari suoi, e Ariberto Ariberti era un plebeo. La teorica parve più codarda che superba al Priore, che, trovandosi in ballo, commise l'imprudenza di dare il suo conto giusto a quello sciocco vanaglorioso. Non lo avesse mai fatto! La sera di quel medesimo giorno, era chiamato ad audiendum verbum alla polizia, e lì, sui due piedi, mandato via da Torino. Straniero, con qualche marachella sulla coscienza, ce n'era d'avanzo per dargli lo sfratto.
Ariberti capì l'antifona. Era in un paese di prepotenti, e qualcosa poteva toccare anche a lui. Però stette zitto e divorò la sua rabbia. Intanto, la cacciata del Priore gli faceva perdere eziandio la speranza di qualche aiuto ne' suoi bisogni più urgenti. Perchè, come sapete, il Priore era generoso a' suoi giorni. Lui partito da Torino e senza timore che potesse tornare, incominciarono le chiacchiere sul conto suo e si venne a risapere che teneva il sacco ai banchieri del Ghetto e tirava in trappola i figli di famiglia; ma, dopo tutto, Tristano Falzoni non era un usuraio egli stesso, e se guadagnava male il denaro, sapeva poi spenderlo bene, rendendo anche qualche servizio ai merli spennacchiati per opera sua. C'era in lui, come si vede, il sentimento della restituzione; non lo si poteva dire in tutto, nè del tutto un malvagio… In altri tempi, e con più nobili occasioni, avrebbe potuto essere un eroe. Il tempo suo, la vita randagia, l'oziosità, l'amor dello spendere, il bisogno, ne avevano fatto un cavaliere d'industria.