L'accorta inglesina non ebbe a far molto, per avvedersi che il suo amante navigava in cattive acque. In verità, bisogna dire che ci sia proprio qualche cosa, intorno a noi e parte imponderabile di noi, la quale non si vede, come l'aureola dei santi nei quadri della vecchia scuola, ma si sente tuttavia e fa intendere l'animo nostro, indovinare gli arcani della nostra vita a cui meno vorremmo. Essa è qualche volta l'aureola della felicità e della gloria, qualche altra della miseria e dell'abbattimento. Si ha un bel nascondere questi segreti e custodirsi il volto con una maschera di bronzo; essi, quando non traspariscono, traspirano da noi. Inoltre ci sono nella vita di un uomo giorni di fortuna e giorni di disdetta; negli uni va tutto bene, anche il mal fatto; negli altri va tutto male, anche il più sapientemente architettato a fin di bene.

Ariberti era in uno di questi periodi; non gliene andava più una diritta. Però aveva perduto la serenità spensierata dell'animo; rideva ancora qualche volta, ma, in mezzo alle matte allegrezze, il suo spirito si arrestava in soprassalto, come se una voce interna lo richiamasse alle angustie, alle malinconie della sua condizione. Si aggiunga che la sua eleganza era sparita, o per meglio dire, aveva perduto ogni freschezza, ed egli faceva lo zerbinotto sugli avanzi del passato splendore; campava sui rilievi della sua propria mensa. Aveva incominciato a mettere un cordoncino di seta in luogo della catenella vistosa che gli ornava la sottoveste, venduto a mano a mano i ciondoli, le spille, i bottoni ed altri simiglianti gingilli. Un bel giorno anche l'orologio se ne andò al monte; segno (avrebbe detto qualche capo armonico dei cavalieri di Malta) che era annoiato di rimanere in pianura.

E proprio allora quell'inglesina del malanno incominciava ad aver mestieri ogni tanto di saper l'ora giusta. Per qualche giorno la tenne a bada con certe sue invenzioni; un po' era uscito senza orologio; un altro po' lo aveva dato ad aggiustare, e l'orologiaio, secondo il solito, non si faceva premura di renderlo, infine, menava il can per l'aia, o fingeva di non avere udito.

Intanto, i calabroni erano ricomparsi e le ronzavano a sciami d'attorno. Questa frequenza non si era più vista dopo la passeggiata notturna che ho raccontato più sopra; segno che l'inglesina tutta intenta ad irretire il giovinetto, aveva tenuti quei molesti invasori lontani dall'alveare. Come diamine si erano essi fidati di ritornare? Fiutavano anch'essi la chiusa del romanzetto, o rispondevano ad una chiamata? Ariberti non ne sapeva nulla, ma si adombrava di tutto. Il cattivo umore lo rendeva ancor più geloso che per sua natura non fosse.

E incominciarono i lagni, i battibbecchi, temperati in principio dalla passione, resi ancora sopportabili da un certo qual garbo capriccioso, come le gelosie dei personaggi goldoniani, ma in processo di tempo più acerbi, via via meno facili a chetarsi, e conchiusi da ultimo in una scenata coi fiocchi.

Erano volati da una parte e dall'altra i paroloni; ma quelli di Ariberti non dimostravano altro che il suo dolore; quelli di Mary andavano a ferire il punto più sensibile del cuore umano, la vanità. Una rottura era dunque inevitabile. E si piantarono scambievolmente; quella medesima facilità che aveva accese le faci d'amore, fu pronta del pari ad estinguerle.

A distogliere l'animo di Ariberti dal pensiero niente piacevole di quella catastrofe amorosa, ne sopravvenne un altro egualmente molesto, quello degli esami, che quasi gli erano usciti di mente. Ma già, questa è la storia degli esami, che hanno il torto di capitar sempre a contrattempo. Studiò in fretta, e male, o per dire più veramente, diede una scorsa di gran carriera ai trattati per vedere se gli riuscisse di ritenere almeno i titoli delle materie. La prova gli andò, com'era naturale che andasse, con quella tintura superficiale e con quella confusione di Digesto e d'indigesto in corpo.

Per giunta, il professore di diritto romano gli fece un tiro mancino, che segnò irremissibilmente la sua caduta.

Ad una risposta spropositata che n'ebbe intorno alla classificazione delle azioni giuridiche, quel burlone di professore, trasse al povero Ariberti questa sanguinosa bottata: «già capisco, signor mio, ch'Ella conoscerà solamente l'azione… teatrale».

—Non capisco;—balbettò lo studente.