—Già, l'azione del poeta comico contro il corago, o direttore di compagnia drammatica presso i Romani, per chiedere il pagamento di una favola in cinque atti.

E così, passin passino, trastullandosi con lui come il micio col topolino, il degno sacerdote di Astrea condusse lo studente attraverso tutti gli andirivieni, le viottole e i chiassi delle antiche consuetudini teatrali. Ariberti perdette a dirittura la bussola.

—Capisco,—disse allora il giureconsulto con un suo risolino sardonico;—Ella è più forte in diritto teatrale moderno. Ma questo non è affar mio; favorisca passare al collega.—

Ora, siccome il collega non ebbe più fortuna di lui nelle interrogazioni che fece al nostro povero eroe, ne avvenne che questi fu rimandato senza misericordia agli esami di novembre. Cosa strana, inaudita, quasi, nella facoltà dell'utroque jure; eppure doveva toccare al signor Ariberto Ariberti.

Voleva piangere, e già stavano per apparire i lucciconi tra ciglio e ciglio; ma si trattenne, per non dare argomento di riso ai suoi compagni di corso, gente ignota, o giù di lì, che lo stavano guatando curiosamente ammucchiati sull'uscio della sala tremenda, che risuonava ancora del doloroso giudizio.

—Andate là, signor Ariberto Ariberti,—parevano dirgli quelle occhiate curiose,—per un drammaturgo della vostra forza, per un raccoglitore di Frondi sparse come voi siete, una figuraccia simile è troppo. Che non aveste a diventare un Bartolo da Sassoferrato, lo si capiva, giudicandovi ad occhio; ma s'intende acqua e non tempesta, e voi siete andato a dirittura a sedervi sulla panca dell'asino.—

Così, divorando le sue lagrime col metodo dei camini fumivori, uscì dall'Università con un muso lungo un braccio; che poteva esser broncio e tracotanza ad un tempo. Ma l'uno e l'altro sparirono per dar luogo alla confusione più profonda, quando, sotto i portici di Po, s'imbattè d'improvviso in una certa figura, che gli gelò il sangue nelle vene più prontamente che non avrebbe fatto la testa di Medusa, buon'anima sua. Ha indovinato il lettore? La figura che faceva di simili effetti sul sangue di Ariberti era quella del signor Amedeo, di suo padre.

Si ricambiarono poche parole. Ariberti si avvide al solo atteggiamento del volto paterno, che non era il caso di chiedere un abbraccio, e avvilito e confuso come un cane bastonato, accompagnò il muto genitore al suo quartierino di piazza Vittorio.

Il signor Amedeo ascese le scale con passo grave e misurato, come il famoso commendatore di pietra. Don Giovanni Tenorio già prevedeva la sua sorte, e frattanto quel passo gli rimbombava spaventosamente all'orecchio.

Come furono dentro, il vecchio accigliato diede una spinta all'uscio, che si richiuse da sè. Ci siamo, disse in cuor suo il giovinotto, che avrebbe voluto in quell'ora sprofondarsi due metri sotterra, anche a rischio di dover fare una visita inaspettata ai casigliani del primo piano.