Finalmente, nello studio del figlio, e davanti a quello scrittoio che faceva ancora testimonianza delle recenti ed inutili sue meditazioni sul Digesto, il signor Amedeo si fermò su due piedi a guardare il figliuolo.

—È inutile; non mi fate commedie;—disse il signor Amedeo, troncando le parole in bocca a suo figlio, che, armatosi di coraggio, balbettava alcune parole di pentimento,—so tutto, e le vostre bugie non servirebbero più.—

Ariberto si gettò singhiozzando ai piedi di suo padre.

—Vostra madre è inferma;—proseguì quegli implacabile.—Sapete il perchè?—

Il giovine aveva dato un sobbalzo. Ma prima che potesse profferire parola, suo padre gli gettava sdegnosamente davanti una lettera, con un «leggete!» così imperioso, che egli non ebbe più il coraggio di chiedere altro.

Prese in quella vece la lettera e l'aperse. Era sottoscritta «un amico»; la solita firma degli anonimi. Questo amico mandava da Torino al signor Amedeo le più brutte nuove del figlio, della sua scioperataggine, dei suoi debiti e via discorrendo. Un cenno intorno al probabilissimo esito degli esami, disse abbastanza chiaramente ad Ariberti che l'anonimo era un compagno di Università, e il nome di Ferrero gli corse tosto alla mente. Codardo e briccone! Così si vendicava il compilatore della Dora dell'invio dei padrini.

Ariberti aveva a mala pena finito di leggere, che il signor Amedeo gli buttò a' piedi una seconda lettera. Questa era di Aronne, il buon servitore del Dio degli eserciti; e informava il padre degli imprestiti fatti al figliuolo, domandandogli se egli, Aronne, poteva all'occorrenza fargliene di nuovi. Generoso Aronne! Anima candida come le sue unghie, o poco meno!

Il signor Amedeo sapeva proprio tutto, siccome aveva detto pur dianzi. Che cosa soggiungergli allora? E prima d'ogni altra cosa, come guardarlo in faccia? Il nostro eroe non sapeva davvero in qual modo uscire dal ronco. Frattanto rimaneva lì grullo, cogli occhi bassi e le braccia penzoloni davanti al suo giudice, aspettando un'altra frase che lo facesse cadere da capo sulle ginocchia.

Dopo alcuni istanti di silenzio, che al nostro eroe parvero un secolo, e che gli diedero una pregustazione dell'inferno, come l'hanno immaginato e perfezionato i teologi, il signor Amedeo domandò asciuttamente a qual somma ascendessero i debiti del signorino.

La somma, per uno studente, era enorme, ed Ariberti non sapeva risolversi a dirla. Balbettò alcune frasi inintelligibili, arrossì, impallidì, sudò freddo, e finalmente non trovò altra via per uscire d'impaccio fuorchè dare in un nuovo scoppio di pianto.