—Non vi date oggi più pensiero di me che non abbiate fatto in quest'anno di scapestrataggine;—rispose il signor Amedeo, tornando alla sua parte di burbero.—Io, poi, ci ho il mio resto di contentezze a Torino. Non mi avete voi nominato il vostro banchiere, il vostro maggiordomo, il vostro elemosiniere? Andate, e fatemi la grazia di non voltarvi più indietro.—
Il giovine si avvide che non c'era più verso di cavar altro dalla giusta severità di suo padre, ed uscì colla mente in iscompiglio. Soltanto per istrada e molto lontano da casa si ricordò che non aveva danari in tasca per fare il viaggio. Ma, se ne fosse pur ricordato qualche minuto prima, o nelle scale, o in casa, avrebbe egli forse avuto il coraggio di chiederne a suo padre?
In quelle distrette, il caso o una segreta ispirazione del cuore, lo condusse difilato in piazza San Carlo, e proprio alla svolta della via di Santa Teresa. Lasciamo star dunque il caso e l'ispirazione, e diciamo i suoi santi protettori. I quali, dopo aver fatto tanto, compirono l'opera, spingendolo oltre, fino all'uscio di quella casa in cui abitava Filippo Bertone.
Dice un proverbio che gli amici si conoscono alla prova. Aggiungerò coll'esempio di Ariberti che al momento della prova s'indovinano. Egli non era mica andato a cercare i cavalieri di Malta, i suoi compagni di scioperatezza, coi quali aveva passato ancora la sera antecedente, per far la vigilia del suo esame infelice. Andava in quella vece da Filippo Bertone, dal suo fortunato rivale, in cui la sera antecedente egli vedeva ancora un nemico.
Filippo gli aperse le braccia e se lo strinse al petto con tenerezza fraterna. Voleva sorridergli; ma lo vide così stralunato, che il sorriso gli si gelò sulle labbra.
—Mio Dio!—esclamò egli impallidendo.—Che ti è accaduto, Ariberto?
—Rovinato, Filippo, rovinato!—rispose il giovane mentre si lasciava cadere come corpo morto su di una scranna.—Rimandato all'esame; rimandato, capisci? Mio padre è qui. Egli sa tutto, le mie pazzie, le mie colpe. Ne ho molte… ne ho troppe… ed anche con te, Filippo…
—Oh, non parlar di me, te ne prego. Vedi, ti ho sempre aspettato. L'avevo qui nel cuore: egli è buono e tornerà. Sarei venuto io per il primo, se non avessi temuto di farti dispiacere; sarei corso, se ti avessi saputo infelice.
—Lo sono, Filippo mio, lo sono, e più che tu forse non credi. Ho perduto l'affetto di quell'uomo onesto e leale che è mio padre; la mia santa mamma è inferma dal rammarico che io le ho cagionato; insomma, io sono un disgraziato, e mi fo orrore, capisci? mi fo orrore!
Qui, d'una in altra parola, Ariberti scese a raccontar ogni cosa a Filippo; della sua vita sregolata, degli amori, dei debiti, degli esami falliti, e via discorrendo.