—Povero amico, fatti animo—-gli disse Bertone. Un padre come il tuo ama sempre il suo sangue, qualunque cosa egli faccia; fuori, s'intende, il bruttarsi con azioni malvagie od infami. Tu ti sei indebitato fino agli occhi e non hai studiato come dovevi. È male, lo capisco, ma non è fortunatamente un delitto di lesa famiglia, come lo sarebbe stato per me. Non ti disperare, Ariberto; parlerò io a tuo padre. Tu frattanto va subito a Dogliani per consolare la tua povera mamma. Chi sa che il vederti non le ridoni la salute, meglio di tutte le ordinazioni del medico! So ancor poco di medicina,—soggiunse Filippo sorridendo,—ma già abbastanza per conoscere il pregio delle medicine morali. Va dunque, e subito. Se ti occorre danaro, eccone.
—Che fai?—balbettò Ariberti confuso.—Tu ti privi per me…
—Non temere; ne ho più del bisogno. Son ricco, sai? Guadagno un dugento lire al mese e fo ancora qualche sparagno.
—E come?—chiese Ariberti, meravigliato più dei guadagni che non dei risparmi del suo amico Filippo.
—Ho già parecchie lezioni,—-rispose questi candidamente,—ed anche qualche ripetizione di anatomia. Che vuoi? Insegno quel che non so;—aggiunse Filippo, accompagnando le parole con uno dei suoi malinconici sorrisi;—ma studio la mattina e insegno più tardi quello che ho imparato io medesimo un'ora prima. In tal guisa non inganno nessuno. Mi stanco un pochino, è vero; ma tu lo sai, sono un montanaro e ci ho uno stomaco di ferro.
—Mio buon Filippo! Tu meriti davvero di essere amato;—esclamò
Ariberti, gittandogli le braccia al collo.
E il pensiero gli correva in quel mentre, ma senza gelosia, alla bella marchesa di San Ginesio. Quella severa Giunone amava il suo Filippo; su questo non ci cascava dubbio. Ma questa, per chi conosceva lui e lei, doveva essere la cosa più naturale del mondo. Ariberti si sarebbe meravigliato fortemente, avrebbe creduto meno alla virtù e all'influenza della virtù, se la cosa fosse andata altrimenti.
—Grazie di questo e dell'altro;—ripigliò Ariberti, dopo aver ceduto a quell'impulso di affetto e di ammirazione.—Tu dunque parlerai a mio padre? otterrai il suo perdono per me?
—Sì, non dubitare, parlerò per te, gli spiegherò…. Veramente, non so che cosa potrò spiegargli, io che vivo fuori di questi viluppi… Ma infine gli dirò il buon cuore che hai, ed egli mi crederà. È tuo padre, l'ho detto, e non potrà vederla diversamente. Quanto a me, io spero che l'amicizia mi renderà facondo come Ortensio, caldo come Demostene.
E Filippo Bertone mantenne la promessa. Vide il signor Amedeo quel medesimo giorno, ma non entrò in argomento, perchè il babbo di Ariberti era troppo adirato col figlio. Scambio di affrontarlo, col pericolo di farsi mandare a tutti i diavoli, lo circuì bel bello, gli si fece compagno nelle sue gite per Torino, mettendo fuori ora una parolina, ora un'altra, e aspettando pazientemente le occasioni più favorevoli. E siccome il signor Amedeo tra carezze e minacce, era riuscito ad ottenere da quel briccone di Arun el Rascid un grosso taglio sul preteso suo credito, e con dodicimila lire date lì per lì riusciva ad estinguere tutti i debiti del suo signor figlio, il nostro Bertone giunse ad averlo più maneggevole, e la perorazione fece un effetto che Demostene ed Ortensio redivivi non si sarebbero ripromessi di certo, se si fossero trovati nei panni di Filippo Bertone.