Sì, veramente, Ariberto si era diportato da matto. Ma era giovine, faceva i primi passi nel mondo, e i primi passi son sempre difficili. Lo sapeva Filippo Bertone, che veramente non era cascato, ma soltanto perchè stretto dal bisogno, senza la croce d'un quattrino e l'ombra d'una speranza negli aiuti della famiglia. Filippo si buttava giù, si calunniava, ma lo faceva a buon fine. Per contro si esaltava, si nobilitava a dipingere il cuore dell'amico, a dimostrare come fosse amaramente pentito de' suoi trascorsi, quanto avesse pianto tra le sue braccia, come egli avesse durato gran fatica a chetarlo, quali promesse e giuramenti avesse religiosamente accolto da lui. Insomma, tanto disse e fece il bravo Filippo, che il signor Amedeo si lasciò intenerire e quando tornò a Dogliani, fra la moglie trepidante e il figlio confuso, gli vennero meno le forze a star grosso.

E qui bisognerà dire che Ariberto non mentì alle promesse che Filippo aveva fatte in suo nome. Fu quello l'ultimo dolore che egli cagionasse ai suoi parenti. La lezione era stata dura e gli aveva lasciato una traccia profonda nell'anima.

Ogni suo pensiero, ogni studio, ogni cura, fu in lui di riacquistare il tempo perduto. Alla seconda prova d'esame era armato di tutto punto e non fu il caso di voltargli le sue risposte in burletta, bensì di dargli i pieni voti e la lode. Riconquistato in tal forma il suo onore, non volle rimanere a Torino; se ne andò a Pisa, a far vita nuova; e là, non so dirvi come annaspasse, fatto sta che, senza guardar l'Ussero con occhio torvo, senza disdegnare la baraonda «tanto gioconda» del Giusti, guadagnò un anno di corso, e in otto mesi prendeva il berretto, l'anello e tutte l'altre insegne di Bartolo e di Cujacio.

CAPITOLO XVII.

"Poëta nascitur, orator fit".

Si era innamorato dello studio, come già di tante altre cose. E tra tutte le nobili discipline (notate, lettori umanissimi, come anche lo scrittore si metta sul grave e adoperi parole convenienti al soggetto) tra tutte le nobili discipline, io dico, il nostro eroe preferiva le più ostiche, come a dire l'economia politica, il diritto amministrativo, la procedura civile. Chi l'avesse mai detto, qualche anno prima all'autore delle Frondi sparse, si sarebbe fatto ridere sul muso. Ma già, lo ha scritto un autore di vaglia: «mutano i saggi», ed io potrei aggiungere, coll'esempio di Ariberti, anche coloro che non lo sono.

Quando egli si addottorò in leggi, che fu due anni dopo la sua partenza da Torino, gli aveva preso la mania del grave, come aveva avuto prima la manìa dello scapestrato. Per altro, non era tutto capriccio in lui, o amore di novità. Gli stavano sempre davanti le tristi scene in cui si era chiusa la sua vita di buontempone, e lo umor suo ne risentiva le angoscie. Dottor Fausto in sessantaquattresimo, Ariberti non volle e non ebbe più una ora di svago. Aggiungo, che provava una certa voluttà tutta sua particolare a stillarsi il cervello in quel modo, tra un codice e un repertorio di giurisprudenza, tra una allegazione e una causa ingarbugliata, di quelle che ai curiali paiono solamente «complesse» e piene di bei «rapporti giuridici».

Esagerazione di propositi, comune a tutti i nuovi convertiti! Pel nostro neofito si aggiunse la morte della madre, vittima della rottura di un aneurisma, secondo che sentenziarono i medici, ma che alla sua pietà filiale doveva parere colpita di ben altro male, e accrescergli in cuore i rimorsi. La santa donna si era spenta benedicendo a suo figlio, e facendo voti perchè si conservasse così assegnato e studioso come si dimostrava da due anni. E questo aiutò a renderlo più triste, più chiuso, più intento al lavoro, che non fosse dapprima, e per conseguenza più dimentico delle allegrezze mondane, dei sollazzi e delle espansioni della sua medesima età.

Poi, non c'è cosa che invecchi un uomo anzi tempo, come la pratica forense. Alla mattina, anche prima di asciolvere, e sto per dire di essersi levato il sonno dagli occhi, ci sono le conclusioni da finire pel causidico, i punti controversi da chiarire, la «concione» da meditare per l'udienza vicina. Il tribunale vi ruba le due o tre ore, spesso colla noia di attendere che sia chiamata la vostra causa. Tornate a casa, seguito dalle benedizioni o dai moccoli del cliente, e vi assediano da capo i procuratori con altre conclusioni da preparare, clienti che non pagano e vi chiedono un consulto, società, istituti, che vi domandano un congresso, o vi appioppano la cura di mettere le loro trappolerie in riga col codice.

E in queste occupazioni vi capita addosso l'ora del pranzo, o desinare che sia. Avvertito dal servitore, ordinate che si dia in tavola, e frattanto andate a caccia di articoli per un'altra mezz'ora. Così avviene che, quando finalmente potete sedervi a tavola per mangiare un boccone in furia, la minestra è rifredda, l'intingolo non ha più gusto, il pasticcio sente il bruciato, e l'appetito non vi tien più compagnia. E la sera, poi? La sera bisogna tornar nello studio; il teatro, i salotti, i geniali ritrovi sono proibiti come le pistole corte; è l'ora dei clienti; l'avvocato ha da aspettare i clienti, anche quando c'è da scommettere cento contro uno che i clienti non si lasceranno vedere.