Imperocchè l'avvocato è nel suo studio quello che un ragno nella sua buca. Il povero insetto solitario se ne sta in attesa per giorni e per settimane, regge l'anima coi denti, invocando una mosca, disposto a contentarsi d'un moscherino purchessia. E per giorni che passino, per settimane che si seguano e si rassomiglino, il povero solitario non può muoversi dal suo bugigattolo. Se per caso un moscerino avesse a passare da quelle parti e non trovasse l'avvocato! Scusate, volevo dire il ragno; ma già, poichè ho detto l'avvocato, lo lascio stare; mettete voi il cliente in luogo del moscerino, e tutti pari!

La vita materiale dell'avvocatino Ariberti, fra il tribunale e lo studio, condannato per anni ed anni a non avere che moscerini, clientucoli al civile e ladruncoli al criminale, s'intenderà facilmente; nè io farò fatica di descriverla, nè voi, lettori umanissimi, farete quella di starla a leggere. Vorrei parlarvi in quella vece della sua vita intellettuale; vorrei dirvi del suo cuore, che diavolo facesse in quella galera. Ma già, mente e cuore, se non erano atrofizzati, sonnecchiavano, come si sonnecchia in diligenza, o in ferrovia, tra un paese che si è lasciato e un altro a cui non si è ancora arrivati.

Diffatti, Ariberto Ariberti, era proprio in quella età che un uomo incomincia a sentir le sue forze e vuole giungere con esse a qualcosa, a scalzare una montagna, o a cavare un ragno da un buco. Si è invasi da una febbre di operare, sollecitati da un desiderio di andare, non importa dove, rosi da una maledetta ambizione che si cruccia da sè, per mancanza di un fine stabilito, e mentre vi fa anelare ad una carica di ministro, o ad altra di quelle altezze intorno alle quali c'è il vuoto, vi fa durare una fatica da cani per afferrare un seggio di consigliere comunale, una croce di cavaliere, una presidenza di comizio agrario, od altra simile tra le umane grandezze, in cui s'assottiglia l'ingegno, e per cui soventi si perdono i sonni, pur di far crepare d'invidia un centinaio di sciocchi della vostra medesima forza.

A quei lumi di luna, l'amore, il povero amore, non è più, o non è ancora tornato, il gran negozio della vita. Imperocchè, non vanno neppure contati i ripeschi da dozzina, i capricci, le effimere ebbrezze che gli uomini seri ammettono a guisa di svago dalle cure più gravi, o di abitudine senza conseguenza, e che meritano il nome di amore come la stretta di mano e il darsi del tu meritano il nome di amicizia, in questo commercio quotidiano di graziose menzogne, che è la nostra vita cittadina.

Trista cosa, non è egli vero? E diffatti io ve ne parlo di volo, e solamente perchè non posso a dirittura passarmene, essendo che questa è la storia del mio eroe, ed io, fermandomi con una certa compiacenza ai punti principali, debbo pure accennare il rimanente, e colmar gl'intervalli. Del resto, il mio eroe non è veramente un eroe; è semplicemente un uomo, con tutte le sue debolezze. E se gli pare che sia una bella cosa esser fatto consigliere comunale o provinciale, che ci ho da far io? Gli è parso dapprincipio che ciò dovesse aiutarlo nella sua professione d'avvocato, e può anche darsi che avesse ragione; ma badate, io non metterei una mano sul fuoco per guarentirvelo, e non farei due passi sopra un mattone (vedete quanto sarebbe lieve il fastidio!) per andare a sincerarmi del fatto.

Comunque sia, eccolo con un monte di faccende sulle spalle. È consigliere di tutto un po' ed ha mano e voce in una dozzina di commissioni, l'una più utile dell'altra al buon andamento della cosa pubblica, il cui intento, chi nol sapesse, è di andare alla peggio. L'avvocato consigliere è proprio nella sua beva, e, non c'è che dire, trova tempo a far tutto, a pensare, a ricordarsi di tutto. S'intende che non ne ha per leggere un bel libro, e meno ancora per dettarne de' suoi. Dio buono, e come avrebbe a fare, con tanta roba alle mani? Già da un pezzo non scrive che conclusioni, allegazioni, relazioni, esposizioni, ed altre consimili negazioni d'ogni arte e di ogni bellezza. È un uomo serio, che ci s'ha a dire? Certo, non l'ho fatto io quel che è; e poichè siamo sull'argomento, e perchè non abbiate a darmene carico più tardi, vi giuro fin d'ora, e per tutto quello che io mi ho di più sacro, incominciando dai vostri occhi che mi leggono, vi giuro, io dico, che non gli ho dato il mio voto quando uscì eletto deputato al Parlamento da uno di quei collegi delle sue Langhe, tanto care al mio cuore.

Eppure, non posso e non voglio negare che i suoi elettori mandassero alla Camera un fior di galantuomo. Debbo anche aggiungere, per debito d'imparzialità (non giornalistica, intendiamoci che è imparzialità a denti stretti), come il candidato non brigasse poi troppo per farsi eleggere. Il caso lo aveva aiutato in tutti i modi, prima colla morte del titolare, poi colla pronta convocazione del collegio, da ultimo con la mancanza di competitori temibili. Era giovane, e qualche giornale torinese disse ridendo di lui, come di Pier Carlo Boggio, ch'egli era il deputato trentenne. Ma lo avere trenta anni non era mica una disgrazia. Intanto, gli aveva giovato molto il non essere troppo in vista a Torino, dove le invidie e i rancori non avrebbero tralasciato di perseguitarlo, incarnati nei Ferrero, nei Vigna, nei Balestra, nei Candioli, e via discorrendo. E più ancora gli era tornato utile lo aver vinto una causa di qualche rilievo per un suo conterraneo, intendente e factotum di un Creso delle Langhe, i cui fittaiuoli ed aderenti votavano con una disciplina esemplare.

In tal guisa favorito dalla fortuna, il nostro Ariberti potè credere, per un giorno almeno, che tutto fosse oro di coppella a questo mondo, poichè nessuno, durante il periodo elettorale, gli aveva dato del venduto, o del ladro. Un diario della capitale, che propugnava una delle solite candidature universali, non potendogli ancora dir altro, perchè non lo conosceva e non ci aveva ai fianchi un Ferrero, si contentò di dargli dell'asino. Ma Ariberti si era tastato le spalle, e, non avendo sentito il basto, si era contentato di sorridere. Se non ci hanno altri moccoli, aveva detto tra sè, possono andarsene a letto al buio.

Salutiamo dunque il signor deputato, e rallegriamoci col signor Amedeo, il quale da tanti anni vedeva il suo figliuolo arare diritto e finalmente raccogliere i frutti di quello che aveva seminato.

Il signor Amedeo in quella faccenda non ci vedeva troppo giusto; bisogna confessarlo a suo marcio dispetto. Ma i babbi son tutti tagliati ad una guisa; amano di vedere i loro figliuoli che tirano al sodo; e, quando ciò sia, non la guardano poi tanto nel sottile; anzi, voi li fareste maravigliare non poco, se vi metteste alla prova di persuader loro che ci possono essere altre fantasie, altre passioni, più pericolose delle scappatelle di gioventù, degli amori, dei debiti, e via dicendo; se faceste trapelare al loro miope affetto quali sopraccapi, ambizioni, e struggimenti, lavorino sotto l'intonaco di una vita assegnata, e che razza di granchi vivano e si moltiplichino, nelle acque in apparenza più chete.