Ma siamo giusti, i poveri babbi hanno proprio a sapere e prevedere ogni cosa? Lasciamo, vivaddio, che si consolino di vedere i loro figliuoli arar diritto e non mettiamo pulci negli orecchi a nessuno.

Ora, il nostro Ariberti arava diritto, non c'è che dire. Avvocato di qualche grido, consigliere, cavaliere, deputato, era un uomo oramai che andava innanzi da sè e non gli bisognava l'aiuto delle falde. Il signor Amedeo poteva dunque intuonare il Nunc dimittis e chiuder gli occhi in pace, senza timore che il suo Ariberto gli sgarrasse quind'innanzi una spanna. Suo figlio, a farla breve, era un uomo sodo, e andava per la maggiore.

Ahimè, povera vita! Noi ne spendiamo mezza a sospirare il futuro, e l'altra mezza a rimpiangere il passato. La nostra gravità è tutta qui, come in estratto, e non se ne cava neppur tanto da farcene un brodo per l'ultimo giorno di malattia, quando si legge la moralità della favola.

Per altro, non corriamo così a fiaccacollo colle deduzioni. I primi tempi di quella vita nuova di Ariberti non furono, o non gli parvero brutti. Le consuetudini parlamentari gli schiudevano come un altro orizzonte agli occhi dello spirito. Il viavai, l'affaccendarsi di tanti colleghi, il meccanismo dei partiti, le amicizie facili, le speranze comuni, gli davano una sembianza di allegra operosità, che doveva a tutta prima lusingarlo, tanto più quando gli veniva alla mente che tutti quei manipoli d'intelligenze, erano il meglio dello Stato, fior di roba, cervelli sopraffini. L'onorevole Ariberti non li aveva ancora esaminati per bene, non aveva ancora rivolto a sè stesso il «quot libras in duce summo?» di quella lingua tabana che fu pe' tempi suoi Giovenale. E poi, e poi, che serve tacerlo? Egli ci aveva nel cuore un sentimento grave e poetico ad un tempo, che gli scaldava tutte le fibre e lo faceva guardare con fiducia, davanti a sè: giovare alla patria, meritare la gratitudine de' suoi concittadini, ottenere un buon punto nella lotteria della storia.

Illusioni che avevano a svanire assai presto! Appunto allora che l'onorevole Ariberti poteva giovare col senno e colla parola alla patria, appunto allora incominciarono a pungerlo gli strali della critica, che non si fermavano soltanto all'epidermide. Avvocato, poteva ancora essere tollerato; il numero dei rivali era ristretto; e poi, Dio buono, si trattava di rivali; laddove, nel campo della politica, non erano soli i rivali a fargli il viso dell'armi, ma si addensavano intorno a lui gl'invidiosi, gli odiatori di professione, i cani ringhiosi per natura, e a farla breve, tutto il banno e l'eribanno dei cattivi, degl'impotenti, dei malsani, degli spostati, degli sciocchi, e chi più ne ha ne metta. Tutti erano contro di lui, tutti prendevano a sfrombolarlo da lungi, quale colla matita del caricaturista, quale coi periodi asmatici d'una lettera politica, quale coi perfidi accenni di una notizia recentissima; che in queste e in altre forme, che troppo mi condurrebbe in lungo il descrivere, le serpi potevano schizzare il loro veleno, o la bava.

Così, guerreggiato da varie parti, il nostro povero eroe capì finalmente la esistenza di certe alleanze sotterranee, che a prima giunta, e ragionando onestamente, parrebbero impossibili, e che molti galantuomini s'impuntano tuttavia a negare.

Ahimè, bisogna esserci dentro, colle mani e coi piedi nella maledetta politica, per aversi a convincere che lo strano è il naturale, l'assurdo il necessario, l'improbabile il vero.

S'intende e va da sè che su quel palcoscenico, anzi tra le quinte, i tenori, i baritoni, le prime donne, gli facevano i più leggiadri sorrisi del mondo. Il suo primo discorso, o, come direbbesi in gergo teatrale, la sua aria d'uscita, ebbe applausi e complimenti d'ogni parte. Ma appunto da quell'ora incominciarono gli assalti della bieca combriccola, che mentisce il nome e la dignità di opinione pubblica, e che ha l'arte di parer tale a tutti, per la semplicissima ragione che tutti, un brutto giorno o una cattiva ora della loro vita, vanno a deporvi la quintessenza del loro umor nero, delle loro bizze subitanee, dei loro meditati rancori.

Ariberti militava nelle file d'opposizione, ma non voleva meritarsi la nomèa di oppositore sistematico. Non voleva trovar male ogni cosa. Pensava inoltre alla sua patria e si formava un giusto concetto delle sue necessità. Donde le frequenti occasioni di scontentar Tizio e Caio, perchè mirava anzi tutto a contentare la sua propria coscienza.

Ora ognuno che non abbia di questi giudici importuni nel foro interno dell'anima, non crede o, a dirla più giusta non vuole ammettere che altri ce n'abbia e li ascolti. Immaginate dunque se gli Aristofani da dozzina non gli rivedevano il pelo! Qualche volta, vedendosi così frainteso dai popoli, dava in certe furie, che fortunatamente per la sua fama, restavano chiuse a forza nel petto, e si tradivano solamente in bizze e malinconie pe' suoi familiari, o in versamenti di bile pel medico. Avrebbe pianto volentieri, se non avesse reputato più conveniente di serbare quelle perle dell'anima (l'Achillini può andarsi a riporre) per farne un monile, e metterlo, insieme col suo cuor, ai piedi di una donna.