Ah, ah! esclameranno i lettori; ecco la donna che torna in scena. Amici lettori, voi lo sapete meglio di me, senza un raggio di sole il giorno è uggioso; ma senza un sorriso di donna è noioso a dirittura. E tuttavia, vedete, ancora per un tratto dobbiamo far senza di questo delizioso ingrediente. La donna nuova, la donna che doveva far battere il cuore di Ariberti uomo, come tante altre avevano fatto battere il cuore di Ariberti giovane, era ancora in nube, a mezz'aria. Il nostro eroe la sognava, non avendo anche avuto il tempo di andarla a cercare. Chi sa? forse quella donna gli passava daccanto, bella e composta negli atti come una madonna del Sanzio, mentre egli se n'andava frettoloso alla Camera meditando uno squarcio d'eloquenza intorno ad una quistione di tariffe doganali: o la vedeva trascorrere in calesse alla volta dei Giardini pubblici, mentre egli usciva da sollecitare una pratica in qualche ministero. Di certo essa gli appariva, divisa in cento forme, l'una più incantevole dell'altra, nei giri vorticosi d'un ballo di Corte. Se egli avesse potuto essere per un giorno per un'ora almeno, uno di que' spensierati aiutanti che sgallettavano intorno alle dame, come le avrebbe osservate tutte, studiate tutte intus et in cute, per riuscire a trovar quella che gli destinavano i Numi! E n'aveva spesso certi bagliori, e certi giramenti di capo, che non vo' dirvene altro, per non ficcarmi in un ginepreto, donde non uscirei forse più con onore. Per altro, si faceva forza; svoltava l'angolo della strada, usciva dal ballo, entrava nel palazzo Carignano, e le pericolose immagini svanivano tosto, lasciando l'onorevole Ariberti a tu per tu col suo genio parlamentare, che è, in mancanza di meglio, il genio tutelare dei deputati.
La durò un pezzo così, adattandosi colla torpida virtù della consuetudine alla sua vita di uomo politico, e affondandosi lentamente in quel pantano di mezze ambizioni, di mezze aspirazioni, di mezza indipendenza. Dico di mezza indipendenza, perchè col suo carattere e con quel suo gener di vita, egli non poteva che essere schiavo di mille circostanze, dubbi, riguardi, convenienze sociali, ragioni d'opportunità e via discorrendo. Pur troppo, il mondo, il mondo è quello che vuol essere, e a mutarlo ci vorrebbe altra barba che quella d'un uomo. Mai, come allora che fu in alto, tra coloro che più sanno e possono, il nostro, Ariberti si avvide che questo mondo non si è padroni di nulla, nemmeno di sè medesimi, che è tutto dire!
E tutto ciò senza mettere in conto gli elettori, questi padroni incontentabili, pei quali il deputato è uno schiavo negro, a cui si domanda il massimo lavoro, ma a cui per compenso non si risparmiano le frustate. Gli elettori di Ariberti non erano da annoverarsi tra i peggiori della specie, ma anche così com'erano, gli riuscivano maledettamente fastidiosi, colle loro raccomandazioni e coi loro incarichi particolari, che al povero negro non lasciavano un minuto di pace. Ora per una deliberazione del consiglio comunale che aspettava l'approvazione del governo ora per uno spaccio di sali e tabacchi che andava di diritto ad una vedova, cognata del farmacista elettore, oggi per un posto, nel collegio delle provincie, domani per una commissione da introdurre presso il ministro, e magari anche per un consiglio gentilmente chiesto dalla moglie del sindaco intorno ad un caso di etichetta, o all'ultima moda del cappellino e della mantiglia, l'onorevole Ariberti ci aveva sempre i suoi elettori davanti agli occhi, e non c'era verso di liberarsene. Lo spettro di Banquo non fu certamente così molesto per Macbeth.
Eppure, ci sono dei deputati a cui tutte queste noie, tutti questi grattacapi, non che riuscire fastidiosi, piacciono grandemente, come quelli che danno loro il modo di provare la propria operosità e la singolare autorità agli occhi del volgo elettore. Ma appunto per questo, Ariberti si persuase che l'ufficio di deputato era mirabilmente adatto a certe capacità mezzane, e che, salvo il caso di conquistare un altissimo grado, e neppur questo al riparo da certe pretensioni e da certe dimostrazioni della volubilità di fortuna, un uomo di vaglia doveva starci sempre a disagio.
—Diventerei forse anch'io un vanerello,—chiedeva egli qualche volta a sè stesso,—contento di farmi ciondolare contro i bottoni della sottoveste un pezzo da venti lire, coniato a bella posta per qualche centinaio di pari miei?—
E allora si riscaldava, e per non sembrare a sè stesso un gaudente, parlava più spesso alla Camera, dimenticando le ragioni di partito, levandosi a certe altezze vertiginose che piacevano a pochi.
Non già che non istessero volentieri a sentirlo; chè, anzi, la forma sobria ed eletta del dire, i concetti nuovi, o nuovamente espressi, gli avevano foggiata una eloquenza tutta sua, e punto parlamentare, se per questo vocabolo s'intende l'eloquenza parolaia, diffusa, slombata che va innanzi al piccolo trotto, e magari accompagnata per continuar la metafora, con qualche sproposito da cavallo. Voglio dire invece che, non la forma, la sostanza dispiaceva soventi volte; agli avversarii naturalmente, perchè faceva contro a loro; agli amici, perchè non si aiutava abbastanza, e non pigliava la battuta da tutti i loro dirizzoni. In politica, si sa, bisogna mandarne giù di tutti i colori, e un programma (che così chiamano quattro idee magre, imbottite di stoppa), vuol essere pigliato intiero, o lasciato.
Ora a questo non si acconciava l'umore del nostro deputato. Spesso, anzichè contro, o in favore, parlava in merito, e qualche volta non conchiudeva, abbastanza contento di aver detto una cosa nuova, o assennata, e di aver dato occasione ad un utile schiarimento, che tirasse la quistione in carreggiata, laddove i suoi colleghi d'ogni parte della Camera lavoravano a gara per farnela andare lontana.
Questo suo metodo strano pareva fatto a bella posta per mettere i suoi amici politici nei più brutti impicci del mondo. Una volta, per esempio, un suo discorso fece andare a male un partito, che essi tenevano già per vinto.
—Di grazia, si potrebbe sapere per chi lavori?—gli chiese con tono agrodolce uno dei capofila di sinistra, nello scendere le scale del palazzo Carignano.