Disgraziatamente, l'onorevole Ariberti non la pensava così. Non potendo metter la mano sul suo uomo, se la pigliò con un altro de' suoi giudici improvvisati, che aveva spinto il suo biasimo più oltre di tutti i colleghi. E questi, che era un gentiluomo, accettò la sfida, mettendosi in contraddizione colle proprie dottrine, ma d'accordo col suo animo generoso.

A confusione del signor Ferrero, che seguitava a sbraitare in nome dei sacrosanti diritti della stampa, il duello avvenne senz'altri indugi. Ariberti, nel corso della sua gioventù burrascosa, aveva dato e ricevuto più volte; e in quell'ultima le buscò lui, come volle la cieca fortuna, o come portava la giustizia, secondo i vari modi di vedere. Non gliene dolse, perchè così la pensava egli: fare il debito suo e non curarsi del resto.

Per altro, siccome coll'avversario regalatogli dal dio Caso non c'era nessuna ragione di rancore, Ariberti, dopo il duello, vide ed ebbe in lui un amico. Il quale, andato a fargli la sua visita di condoglianza, con quella dimestica schiettezza che deriva da un incontro d'armi nobilmente sostenuto, gli disse:

—Ariberti mio, ella non è stoffa da uomo politico.

—E perchè di grazia?—chiese Ariberti sorridendo.

—Perchè,—rispose il giornalista,—Ella ha troppo amore pel bello e pel vero, e non può trovare per conseguenza altrettanto gusto a diguazzare in questa bolgia infernale; perchè ci viene col suo entusiasmo di artista e non sa temperarlo colla freddezza del filosofo. Non vede? Ella si stizzisce per una celia, e poniamo anche per una offesa, a cui la stessa consuetudine, la sua stessa frequenza nel giornalismo, ha già tolto i due terzi della sua gravità. Giudicando dal caso nostro, io non vedo in Lei quel grado di tolleranza e di pacatezza, necessario in ogni uomo che abbia la nobile ambizione di governare il suo paese. A questo ufficio, per dirgliela proprio come sta, o come la penso io, ci vogliono uomini più pacifici, e non occorre che siano cime; anco i mediocri possono servire al bisogno. Alla fin fine, il tempo presente se ne contenta, e i posteri, che applicano cecamente il post hoc ergo propter hoc, veduto che coi mediocri s'è andati avanti come coi sommi, e qualche volta anche meglio, dànno liberalmente una vernice di grand'uomini a tutti.

—Quando non li dimenticano affatto;—soggiunse maliziosamente Ariberti.—Di grazia, saprebbe Ella dirmi, senza andarlo a cercare, quanti ministri abbia avuto Napoleone I? o, per non rifarsi così da lontano, e per non citare l'esempio di uomini soverchianti, la cui altezza getti troppa ombra intorno a sè, quanti ne ha avuti Luigi Filippo?

—Ha ragione—esclamò il giornalista, dopo alcuni istanti di pausa e ridendo della sua confusione;—correggo la frase, sopprimendo il giudizio dei posteri. Ma creda a me, il mondo non domanda cervelli sopraffini, a governarlo, e tutti gl'ignoti ministri di Luigi Filippo, a mazzo coi pochi che possiamo ricordare, confortano la mia tesi. Gente pacata vuol essere, e, se lo Stato è un carro, ringraziamo il cielo che ha fatto nascere i buoi.

—Veramente….—interruppe Ariberti.

—Ah sì, capisco;—disse l'altro sollecito;—il paragone non regge. Non si nasce buoi, ma è vero altresì che non si nasce uomini politici. Bisogna, diventarlo. Ed è ella disposto a diventar uomo politico? Con questi esempi, a me pare di no. Scusi, sa; le parlo così alla libera, perchè le voglio bene e la rispetto moltissimo. È questa la franchezza che tengo in serbo per le occasioni solenni.