—A rivederci, dunque,—disse l'onorevole Ariberti, stendendogli la mano.—Le do la sinistra; è quella del cuore.

—Adesso poi mi confonde;—replicò il giornalista, che sentiva davvero un po' di rimorso.—Al secondo gentiluomo che avrò la disgrazia di offendere, sappia, signor Ariberti, che io pagherò tutti i miei debiti in una volta.

—E mantenne la parola, o fu il caso che gliela fece mantenere, perchè un anno più tardi, trovatosi a un altro di que' frangenti, ne toccò lui una coi fiocchi, che gli rovinò a dirittura una mano.

—Già,—dissero i maligni, che le serbavano gelosamente ambedue, e la pancia pe' fichi,—tanto va la gatta al lardo, che ci lascia una zampa.—

Comunque fosse, caso pensato o no, il poveraccio passò nel numero degli invalidi. Brutta cosa per un giornalista, imperocchè, a sollievo di questi soldati del pensiero, non c'è pur troppo una Casa Real d'Asti.

Il duello dell'onorevole Ariberti aveva fatto tutto quel chiasso che era naturale facesse, trattandosi d'un deputato. Ne parlarono tutti i giornali, ognuno a modo suo, ci s'intende e la casa del ferito eroe fu assediata da visitatori, tempestata di lettere e carte da visita.

Una di queste gli diede molto da pensare, e aggiungerò che gli fece battere il cuore. Il nome appariva diligentemente raschiato col temperino; ma sopra quei segni parlanti della modestia, o del timore, si vedeva ancor una corona rialzata di tre fioroni in vista e di due punte sormontate da perle; corona di marchese, come vedete, anzi di marchesa, come bisognerebbe dire nel caso particolare. Infatti, quella cartellina doveva venirgli da una donna; lo diceva la necessità, o l'artifizio, di tenere il nome celato; lo diceva una fragranza di violette che spirava dalla sopraccarta; lo dicevano le poche parole vergate sul cartoncino di Bristol, con una mano di scritto, sottile, elegantissima, che non era sicuramente d'un uomo.

«Guarite presto;—diceva la cartellina misteriosa;—c'è chi lo desidera ardentemente e vuol rivedervi».

Rivederlo, dove? Probabilmente alla Camera.

E il pensiero di Ariberti corse ad una certa tribuna, dove, nelle occasioni solenni, si vedevano parecchie dame; e tutte, in apparenza, di alto bordo. Certo, la scrittrice del misterioso viglietto era una di quelle, e una voce arcana gli venìa bisbigliando che fosse per l'appunto una bellissima fra tutte, che egli aveva già veduta parecchie volte colà, e per la quale egli aveva sfoderata tutta la sua eloquenza, in quella medesima guisa che un attore sul palcoscenico sceglie tra tutte le gentili che lo ascoltano e lo ammirano, una dama, una sola, e per lei s'infiamma, per lei si commuove, per lei trova l'accento della verità, della passione, senza che ella lo sappia, o lo sospetti neppure.