Il lettore discreto ha già capito perchè l'onorevole Ariberti avesse perduto la pazienza all'attacco del giornalista e alle sue velate allusioni. E il lettore sullodato capirà eziandio che, lette a mala pena quelle poche parole nel viglietto profumato, il nostro Ariberti, sempre giovane, quantunque già da parecchio tempo trentenne, non vedesse l'ora e il minuto di abbandonare quel suo riposo forzato per recarsi alla Camera.

Si guarisce presto quando non si ha gran male, ed anche più presto quando si ha fretta di guarire. Anche i medici dell'antica scuola dànno una grande importanza alle buone disposizioni dell'animo nella cura delle malattie. La ferita del nostro onorevole non era anco cicatrizzata, che egli col suo braccio al collo, se ne andava alla Camera. La scusa ce l'aveva bell'e pronta. Si trattava appunto allora di un grave negozio, e il bene del paese doveva passare avanti ad ogni considerazione di salute. Non si era egli dato il caso di deputati che erano andati in portantina all'assemblea, per dare il loro voto in una quistione di rilievo? E perchè l'onorevole Ariberti avrebbe negato a quella discussione i fiume della sua eloquenza, colla magra scusa di una sciabolata, che gli aveva reciso un ramo d'arteria e un piccolo fascio di muscoli?

Quel giorno l'onorevole Ariberti improvvisò il più felice de' suoi discorsi. La sconosciuta ispiratrice della sua eloquenza assisteva alla seduta, e l'oratore ebbe lampi di vera grandezza oratoria. Non si poteva più argomentare perfidamente che egli avesse fatto una transazione col potere, perchè gliene disse di tutti i colori; e con ragione, essendo che il potere, nella quistione di cui si trattava, e in altre parecchie, aveva fatto spropositi da pigliar colle molle. Chi fa falla, si poteva rispondergli; ma egli avrebbe potuto replicare: chi non fa sfarfalla. Ora, che necessità c'era egli pel paese, che seguitasse a fallare la destra?

—Farete meglio voi!—gridò ironicamente una voce dalle file ministeriali, ad un certo punto del discorso di Ariberti.

Povera voce, capitata in mal punto! L'oratore afferrò l'interruzione in aria, e, come fa il giocatore che coglie il pallone di posta e ti fa una volata, schiccherò senz'ombra di sforzo un vero e compiuto programma di governo, che fece rompere in un plauso unanime e prolungato le tribune, con gran rabbia del presidente, che si affrettò ad ammonirle e a minacciare lo sgombero. Anche i colleghi applaudirono e gridarono bravo più volte; e non solamente colleghi di sinistra, ma (horresco referens) qualcheduno dell'estrema destra e del centro. Arcana potenza del vero, quando è detto bene! L'arca santa del governo se ne andava miseramente a rifascio.

Il ministero fu pronto alle difese; fu anzi troppo pronto. Meglio avrebbe fatto ad aspettare un giorno, per lasciare che sbollissero gli entusiasmi, e per aver tempo a raggranellare argomenti, o pretesti. Così di lancio, la risposta parve troppo infelice, e mostrò anche i lati deboli. Un fatto personale, a cui molto imprudentemente fu aizzato l'Ariberti, diede occasione a quest'ultimo di tornare all'assalto e di menare un colpo decisivo al nemico.

Fu una, giornata campale; per la sinistra, che riposò, come suol dirsi, sul campo di battaglia; per l'oratore, che di tanto in tanto aveva potuto dare una sbirciata alla tribuna diplomatica e veder la sua bella sconosciuta, che non perdeva una sillaba delle parole di lui.

L'onorevole Ariberti aveva ricevuto le congratulazioni e le strette di mano di tutti i suoi amici politici. Uno dei più caporioni, proprio quel tale che gli aveva dette le parole agrodolci riferite più sopra, gli si accostò nello scendere le scale del palazzo Carignano, e, ficcando con atto di gran degnazione il suo braccio sotto quello che il nostre Aratore aveva libero e sano, gli bisbigliò all'orecchio:

—Egregiamente! Il ministero è sconfitto. Ma tu avevi bisogno davvero d'esser toccato un pochino.

—Che cosa intendi di dire?—chiese Ariberti, voltandosi a mezzo e corrugando le ciglia.