—Ma sì! ma sì!—rispose quell'altro scuotendogli il braccio amichevolmente, per temperare l'effetto della osservazione;—come un cavallo generoso, a cui basta di sentire a mala pena lo sprone.—
Ariberti crollò sdegnosamente le spalle. E fu, come potete immaginarvi, un delitto di lesa maestà partigiana.
I fatti non tardarono a dimostrarglielo. Il ministero era caduto, sotto il peso d'una votazione solenne, provocata dal discorso di Ariberti e da un ordine del giorno dei soliti deputati che hanno la privativa di queste manifatture. Era dunque naturale che i capi del partito, invitati dal Re ad imbastire un nuovo ministero, dovessero far capo anche a lui e offrirgli un portafoglio, d'importanza non superiore alla sua gioventù, ma pur sempre dovuto a' suoi meriti ed al servizio reso in quella occasione. Così portava la consuetudine, così voleva la decenza. E difatti l'onorevole Ariberti fu cercato e pregato, ma fiaccamente, a fior di labbra, dai capiparte sullodati. Ci si vedeva chiaro che, se avessero potuto sgabellarsene, gli sarebbe parsa la man di Dio, a quei valentuomini.
Le pratiche durarono parecchi giorni, senza venire a conclusione. Questi voleva troppo, quegli niente; uno nicchiava, e l'altro pigliava tempo a pensarci; intanto i giornali del partito avversario dicevano roba da chiodi, accusavano la sinistra di aver fatto nascere una crisi senza aver senno e virtù di scongiurarla. I caporioni se ne mostravano dolentissimi; ma come fare? I portafogli più ragguardevoli potevano già considerarsi come accettati, ma a patto che il ministero riuscisse veramente omogeneo; il che voleva dire che i portafogli meno importanti fossero dati ad amici intimi di coloro che accettavano i principali. A lui, Ariberti, si sarebbe pure voluto dare il portafogli della pubblica istruzione: ma non lo si poteva, senza scontentare il ministro delle finanze, che si voleva a quel posto un amicissimo suo. C'era il portafoglio dell'agricoltura e del commercio, colla giunta della relativa industria; ma per quell'ufficio appariva già destinato un pezzo grosso, a cui non si poteva in coscienza dare altro ufficio, e che neppure si poteva lasciar fuori. Era una zucca al vento, ma aveva i quattrini a palate; e poi, in gioventù aveva stampato una monografia sui cocomeri e coltivato nei suoi poderi la canna di zucchero; laddove lui, Ariberti, non aveva piantato che qualche carota nel campo fertilissimo della stampa.
Infine non c'era verso di accozzare otto uomini di buona volontà, quantunque fosse da credere che tutti dovessero averne un desiderio stragrande. Allora il nostro Ariberti incominciò a mangiare la foglia e ad intendere che i suoi amici erano di gran fintacci. E perchè dal canto suo non aveva quella voglia spasimata di diventar un'eccellenza, che anzi il pensiero di un nuovo ed altissimo ufficio gli aveva già fatto venire la stanghetta al capo, si provò a supplicare i suoi nobili amici, che volessero lasciarlo in disparte. Essi per contro non si provarono nemmeno a sconsigliarlo per debito di cortesia, e colsero la sua rinunzia a volo. E allora il nuovo ministero, così difficile a farsi, uscì come per incanto dal limbo; il giorno dopo era annunziato sulla Gazzetta Ufficiale.
Il ministro fallito ebbe campo di meditare a sua posta sulla ingratitudine degli uomini in generale, e degli amici politici in particolare. Povera sua eloquenza, come l'avrebbe spesa male, se l'avesse spesa tutta pei loro begli occhi! Fortunatamente, come sappiamo, non era così; ma in fin dei conti, quei signori non ne sapevano nulla delle sue sorgenti d'ispirazione e dei suoi intenti romanzeschi, nè era lecito a loro di trattarlo in quel modo.
A fargli sentire maggiormente la botta, aiutava qualche noterella di giornale, in questa forma agrodolce:
«Alcuni giornali, per la smania di precorrere gli eventi e per dare il ministero composto, hanno raccolto la voce che un portafoglio fosse stato offerto a qualcheduno dei più giovani deputati dell'opposizione. Certo, se qualche discorso bastasse a meritare l'altissimo ufficio di governare il paese, i nostri confratelli avrebbero avuto ragione a presentare come una notizia certa le voci senza fondamento a cui alludiamo. Ma egli non è per fermo da questi lievi titoli che si desumono le ragioni della scelta di un ministro, bensì dai lunghi servizi resi alla causa della libertà e dalla autorità con essi acquistata nel paese. La composizione del nuovo gabinetto, che fu appunto difficile pel cozzo di tante voci premature, dimostra che noi eravamo ispirati ad un giusto sentimento delle necessità odierne, quando mettevamo in sull'avviso i lettori, contro queste voci di piazza, che si ripetono ad ogni crisi e fanno perdere un tempo prezioso, con grande soddisfazione dei nostri avversarii. Ma perdoniamo a questi ultimi; poverini! è l'unica che loro rimanga».
Oppure un'altra noterella, così concepita:
«Gli organi del ministero caduto fanno le meraviglie che non sia stato offerto un portafoglio all'on. nostro amico Ariberti. Questi giornali giudicano del partito nostro dalla pochezza d'uomini del loro. L'opposizione, sel sappiano, è forte, e ricca di preziosi elementi. Ma i portafogli non sono che nove, ed essa non ha potuto dare ai suoi avversarii la consolazione di vederli accrescere, per contentare ambizioni e vanità, che dopo tutto non allignano nel suo seno. E restringendoci a parlare dei nove eletti dalla fiducia sovrana, chi può dire non essere eglino per l'appunto coloro che avevano maggiori titoli all'alto incarico, come li hanno indubitabilmente alla gratitudine del paese?».