Il secondo articolo era meno scortese del primo, ma l'uno commentava l'altro, e venivano dalla medesima fonte ambedue.

Ariberti perdette la pazienza e commise l'errore di lagnarsi co' suoi nobili amici di questa scortesia che gli usavano i loro portavoce. Ma i nobili amici stettero alti con lui e se la cavarono con poche parole, donde traspariva il desiderio di non essere seccati per così piccola cosa. I nuovi ministri già avevano sentita la carica.

Allora il nostro deputato capì che non c'era a sperar nulla da loro, e, non potendo pigliarsela coi giornali, per non aguzzarsi il palo sulle ginocchia, si tirò in disparte, ad aspettare gli eventi. Del resto, non era lui che si ritirava, era il ministro che lo respingeva, e quella posizione lontana a cui dovette ridursi Ariberti può considerarsi come un effetto della spinta ricevuta. Il ministero, dal canto suo, liberatosi dal debito di gratitudine che aveva con lui, lo dimenticò facilmente. Ben altro aveva da fare in que' giorni. C'erano, verbigrazia, tanti nemici da accarezzare, che doveva parer naturale, se il nuovo gabinetto non trovava il tempo e il modo di indorare la pillola a qualche amico scontento.

Il lettore si annoierà a leggere queste cose, come io mi annoio a raccontarle. Ma egli ed io dobbiamo pure mandarle giù in santa pace. Questa è la storia; ed è storia altresì che il nuovo ministero durò a mala pena tre mesi. Composto di vanità, nato per dispetto, senza amici divoti, senza oratori di polso, senza nuovi concetti, non poteva certamente durare di più, e doveva far gioco ai suoi avversari, quantunque per tanti rispetti meno accettabili di lui.

Ariberti non lo sostenne, e fu peggio. È vero che lo avevano quasi respinto dal grembo della nuova chiesa, lasciandogli intendere che non era necessario. Ma in politica le vie di mezzo non servono; o stare ad ogni sbaraglio, e aver le pedate in conto di gentilezze, o romperla apertamente dicendo le sue brave ragioni. Ora egli non aveva saputo fare una cosa, nè l'altra. La indipendenza sua lo condusse due volte a votare insieme col partito sconfitto, e i caporioni di questo gli fecero qualche invito, a cui egli non rispose nè sì, nè no, restando «tra color che son sospesi». E quando i vecchi ministeriali tornarono al governo, rammentarono facilmente per colpa di chi erano caduti. Nè egli era uomo da offrire guarentigie di mutati propositi, nè essi eran uomini da domandargliene.

Così stette colle mani alla cintola, vegetando nel suo scanno «senza infamia e senza lodo». E poichè cito Dante per la seconda volta, ricorderò il caso di lui, che dovendo spartire tra inferno, purgatorio e paradiso, un certo numero di suoi conoscenti, si trovò poi con cinque o sei personaggi di minor conto, che non sapeva dove mettere, e te li lascio bravamente nel vestibolo, non senza averli bollati con due o tre versi roventi, che fanno ancora frizzar loro le carni.

Per Ariberti non era il caso; ma è certo cionondimeno che egli non apparteneva nè all'inferno, nè al paradiso, nè al purgatorio parlamentare, cioè a dire alla sinistra, alla destra ed al centro. Andava diventando un deputato sui generis e non al tutto per colpa sua.

—Che volete?—si diceva di lui.—È un originale, un cervello bislacco. Ingegno, sì, e molto; ma una superbia… una superbia!—

E, con queste caritatevoli invenzioni, gli facevano il vuoto dintorno. A furia di sentirselo a dire, finì col credersi anche lui un superbioso di tre cotte. Di tanto in tanto faceva un discorso, ma concludeva poco, perchè non serviva a nessuno. E lo aveva preso un tedio invincibile della vita parlamentare, come già di tante altre bellissime cose.

Tedio, moralità di tutte le favole umane!