CAPITOLO XVIII.

Nel quale si narra di un ballo a Corte e di quello che ne seguì.

Quando il tedio s'impadronisce di noi, il miglior rimedio è quello di portarcelo insieme a viaggiare, e quanto più lontano si può, colla speranza che svapori per istrada, o un doganiere ce lo sequestri al confine. E dico colla speranza, perchè veramente il miglior rimedio non è sempre il più sicuro, e in molti casi non giova. Il più sicuro, che poi a sua volta non può dirsi il migliore, è quello d'innamorarsi. È infatti opinione dei più reputati filosofi, che di tutte le cose di questo mondo, usando ed abusando, può l'uomo a lungo andare noiarsi; della donna mai.

Anch'io, senza esser filosofo, quando avrò passato i settanta, o giù di lì, vi darò il frutto delle mie osservazioni in proposito. Ma già, lo prevedo, quand'anche la triste vecchiaia abbia a guastarmi il palato, ci sarà sempre qualche nepote birichina, che mi farà vedere l'ultima delle opere di Domineddio, sotto un aspetto nuovo e caro; mi scompiglierà la parrucca, mi metterà gli occhiali sul naso alla rovescia, mi porterà dei fiori e dei baci per l'ultimo mio compleanno, e mi farà ripetere per la centomillesima volta: ottima cosa è la donna!

La verità è questa, che quando non viviamo più per le nostre passioni, viviamo per quelle degli altri. Si soffia sulla cenere, e ci si trova ancora qualche po' di cinigia. Agnosco veteris vestigia flammae. Il figlio, l'amante, il marito d'una volta, è diventato il babbo, il nonno, lo zio. Si è sempre gli antenati di qualcheduno; posteri passati, come diceva Arlecchino.

Ora, se permettete, do un'occhiata all'onorevole Ariberti, che non vorrei avesse a farmene qualcuna delle sue. Non già ammazzarsi a cagione dell'umor nero, che diamine! Il nostro eroe non era un inglese, e la malattia gli girava per un altro verso. Anzi, vi dirò che in quel tedio profondo incominciava a muoversi qualche cosa d'insolito e di mal noto, come l'embrione del pulcino nel tuorlo d'uovo, sui primi giorni di covatura. L'immagine non è bella; ma ringraziatemi, poteva essere peggiore. Ariberti era in un periodo strano, d'incertezza, di malavoglia e di curiosità ad un tempo; sentiva che a quel modo non la poteva durare; avrebbe voluto esserne fuori, ma non riusciva ad intendere come ne sarebbe venuto a capo.

Se fosse stato di primavera, il nostro Ariberti avrebbe strappato un congedo e sarebbe andato a veder sbocciare le pratelline sui colli delle sue Langhe; unico spettacolo che potesse consolare il suo spirito infermo e riconciliarlo col mondo. Ma era d'inverno, e non seppe far altro che mettere la sua noia in abito nero e cravatta bianca, per portarla ad un ballo di Corte.

Ci andava per la prima volta. Deputato d'opposizione e poco amante delle cerimonie, aveva sempre sentito per simili feste una ripugnanza, di cui non si era fermato mai ad indagar le ragioni. C'entrava forse in quel sentimento un pochino di salvatichezza naturale; e questa, che vuol sempre trovar le sue scuse, gli bisbigliava nel tempo passato di non imitar la farfalla, di non aliar troppo intorno al lume.

Eppure, eccolo là, anche lui, al ballo di Corte! Quantum mutatus ab illo! Come diverso da quell'Ariberti ritroso a cui tutte quelle umane vanità mettevano i brividi addosso! Ed anche allora, notate, anche allora gli parevano vanità; senonchè, gli pareva anche più vano il dar loro l'importanza di un caso di coscienza.

D'altra parte, in che operava egli diverso da tutti i suoi colleghi? E non era egli poi nella condizione più libera tra tutte, cioè quella del deputato senza vincoli, o, se meglio vi garba, del partigiano in congedo illimitato?