Queste ragioni, dopo tutto, valgono poco o nulla a fronte di quell'altra che muoveva Ariberti, il desiderio, la malacìa dell'ignoto e del nuovo. A fatti psicologici, ragioni psicologiche. Una voce interna gli diceva di andare; una forza arcana lo sospingeva. E a cui paressero sottigliezze, indegne d'un animale ragionevole, risponderemo coi fatti. Non è egli vero che dallo andare più da una parte che da un'altra dipende il più delle volte la nostra giornata, e che una giornata può chiamare l'altra? È opera del caso, si dirà. Or bene, il caso tirava Ariberti laggiù. Il nuovo Saulo andava a caso, ma a caso pensato, sulla strada di Damasco.

Seguitiamo adunque la noia, in abito nero e in cravatta bianca, dell'onorevole Ariberti. Colà dove egli è andato, ne troveremo altre in buon dato, che, sommate insieme, potrebbero dare un bel peso. Ma queste, faremo di cansarle, quantunque in una festa ufficiale si corra il pericolo di farci a gomitate.

Anche il nostro eroe la pensava come noi, perchè si strofinò poco ai crocchi parlamentari, ai gran cordoni, ai gran collari, ecc., ecc. Amava meglio osservare il bel sesso, con cui da gran tempo viveva, dirò così, in rottura diplomatica, e notò con piacere, misto ad una certa malinconia, che la nuova generazione delle figlie d'Eva, anche a Torino sosteneva degnamente la fama di bellezza e di grazia austera, che è inseparabile dal nome della donna italiana. Io metto pegno che l'onorevole Ariberti, abbacinato da tutto quello splendore di sete e di trine, da tutto quello scintillìo di diamanti, da tutta quella perlagione di carni, s'augurò per un istante di esser Paride e d'avere un pomo tra mani. Ma ohimè! se le dee moderne apparivano così poco vestite come le antiche, per contro i pastori moderni non avevano alla mano que' mezzi semplici e sicuri di acquistarsi la loro benevolenza, che aveva avuti l'antico pastore di Frigia.

Ariberti aveva riconosciuto tra quelle gentildonne che gli passavano davanti, al braccio dei cavalieri, qualcuna delle sue e nostre conoscenze antiche; come ad esempio la baronessa Vergnani, che aveva ancora il pied d'Andalouse, ma non più la taille de guêpe, che faceva andare in visibilio il conte Candioli; e la marchesa di San Ginesio, sempre bella, a malgrado degli anni, sempre ammirabile pel suo aspetto di Giunone. Il nostro amico notò con piacere che poteva guardarla senza desiderio, come senza rancore, segno che non era più innamorato, nè impermalito con lei. E questo s'intenderà di leggieri per Ariberti, che non era un cattivo ragazzo e non seguiva l'uso di tanti suoi simili e nostri, i quali sono sempre ammalati d'egoismo e di livore, e non possono perdonare ad una donna il grave torto che ella ha avuto, amando un altro in cambio di loro.

È vero che anche lui, vedendosi lasciato da banda, l'aveva odiata un pochino; ma perchè il suo animo era generoso, quell'odio era svaporato, senza lasciarvi traccia di sè. E la marchesa di San Ginesio gli tornava simpatica, come doveva esserlo per ogni cuore ben fatto. E più simpatico ancora gli era Filippo Bertone, quel buon Filippo che aveva con tanta amorevolezza, chetati gli sdegni di suo padre, quel nobile Filippo che con tanta cura fraterna lo aveva stimolato, aiutato a rimettersi sulla buona strada.

Filippo Bertone era in pochi anni grandemente cresciuto nella stima dell'universale, e si era fatto un nome glorioso, restando l'uomo più modesto del mondo. Onori, grandezze, e simili altre piccolezze, non lo avevano tentato; la sua unica ambizione era quella di non essere nulla in questa «fiera di vanità» che è l'umano consorzio. Cionondimeno, e proprio a suo marcio dispetto, aveva dovuto accettare una cattedra all'Università. Era la cattedra lasciata vacante dalla morte del suo vecchio benefattore. Molti ambivano quel posto, ma nessuno ne parve più degno di lui, che non lo ambiva affatto e che neppure aveva pensato di poterlo occupare. Il voto della scolaresca, il consenso unanime dei professori, additavano il Bertone; e il nostro Filippo dovette inchinarsi e accettare l'ufficio. Nessuno ci trovò a ridire, neppure i concorrenti, che avevano dovuto appendere la voglia all'arpione.

A trentacinque anni, Filippo Bertone era già salutato il primo fra i seguaci d'Ippocrate che vantasse la capitale. E quantunque le sue predilezioni fossero tutte per la storia naturale, in cui aveva fatto felicissime indagini, scrivendo un libro che rimarrà meritamente celebre, pure, tanta era la fiducia de' suoi concittadini, così numerosa la sua clientela, tale il concorso dei poveri, che egli non aveva avuto il coraggio di abbandonare la pratica per la teorica, e si era pazientemente rassegnato a studiar meno pei posteri, faticando di più pei presenti.

Al tempo in cui lo rivediamo, il nostro famoso professore appariva ancor giovane, e più assai del suo coetaneo Ariberti, che già incominciava a dissimulare cogli artifizi della moda i danni irreparabili del tempo. La bontà del precetto latino «mens sana in corpore sano» traspariva da quella sua aperta figura, improntata di maschia bellezza. Semplice di modi, non umile, indossava l'abito nero, e stava a Corte con quella serena dignità con cui aveva indossato, in altri tempi, il suo famoso soprabito color di tabacco e abitata la sua modesta soffitta.

A proposito della soffitta, ecco un particolare da non doversi passare sotto silenzio. Filippo Bertone aveva il suo quartierino nella medesima casa che sapete; era sceso di due piani, ma aveva serbato fede al suo nido, e quella soffitta non l'aveva ceduta a nessuno, e andava a chiudersi lassù quando voleva e poteva attendere a' suoi studi prediletti. Quella piccionaia sotto i tegoli era stata la sua prima dimora; colà aveva albergato i suoi libri, i suoi fiori, le sue speranze, i suoi sogni; di là aveva veduta la donna che doveva essere tanta parte e la più cara della sua vita, la prima e l'unica che doveva far palpitare il suo cuore. Filippo Bertone, per dirla con una frase abusata, ma adatta, aveva un'anima d'angiolo; nè affetti volgari, nè altre debolezze, che ogni uomo perdona, o vuol farsi perdonare, avevano mai profanato il suo culto per quella sembianza di divinità che egli si era foggiata sulla terra. E la soave marchesa di San Ginesio, nobilissima figura e saldo carattere di un tempo così vano e corrotto come il nostro, era ben degna di un amore così esclusivo, di una fedeltà così antica.

Ora, dovunque fosse la marchesa di San Ginesio, si poteva star certi di trovare Filippo. La qual cosa va intesa con discrezione, di teatri, balli, conversazioni, ed altri simiglianti ritrovi della civil compagnia; chè non vorrei lo aveste in conto d'un paggio del medio Evo, o di un moderno King Charles.