Diffatti, poco lunge dal salone da ballo, Ariberti si incontrò coll'amico Filippo, e fu una ventura per ambedue, che si vedevano tanto di rado.
—Eccoci qui,—disse ridendo Ariberti,—come due cavalieri del Gobelins, spiccati da un arazzo, ma per far sempre tappezzeria. Tu non balli; io neppure…
—Eh, quanto a me, si capisce;—interruppe Filippo;—la gravità di
Galeno ne soffrirebbe; ma tu…
—E dove lasci quella di Temi?—domandò Ariberti.—Un legislatore in ballo, che ti pare?
—-Legislatore sì, ma uomo politico, e gli uomini politici ballano.
Vedi i ministri; sono in quadriglia anche loro.
—Sì, ballano sopra un vulcano!—ripigliò Ariberti, adoperando per celia una frase del dizionario giornalistico.—Quanto a me, da un pezzo io vivo lontano dal mondo e dalle sue pompe, e non ho più entratura colle dame. A proposito, ne ho visto una, poc'anzi; sempre bella tra tutte le belle, sempre Giunone all'aspetto e al portamento.
—Ah, capisco;—disse Filippo, che sulle prime non aveva inteso a chi volesse alludere Ariberti.
—Vieni, ti presento a lei.
—No, grazie.
—Perchè?