—Vieni,—diss'egli,—giacchè non balliamo, daremo un giro per le sale, ed io ti farò da cicerone. Una metà della dame sono clienti del tuo umilissimo servo.
—E le conservi sane, a quel che pare.
—Ma sì, ma sì; sono un medico che lascia operare la gioventù e la salute. Il mio segreto è tutto qui.
—Sentimi;—disse Ariberti;—tu dovresti avere nel numero delle tue clienti quella che più mi premerebbe di conoscere.
—Ah, ah! Una fiamma amorosa? Antica, o moderna?
—Nè l'una cosa, nè l'altra. Una figura che mi piace, ecco tutto.
—Per ora;—conchiuse Filippo;—e va benissimo; vediamo dunque dov'è, e, se sarà una mia cliente, ti dirò anche il suo nome. Ma bada, tu dovrai farne buon uso.
—Che intendi tu per buon uso? Saprò che nome porta una bella signora che mi ha colpito, come si ama sapere il titolo di una bella incisione, ammirata avanti lettera; non ti sembra abbastanza platonico?
—Quand'è così, non ho niente a ridire. Avresti tu cangiato il vizio, per avventura?
—E, potrebbe darsi; una cosa è certa, che sto cangiando il pelo. Depongo nel sacrario della tua amicizia,—e, per dir questo, Ariberti abbassò la voce di due toni,—che ho già trovato nella mia povera chioma diciotto fila d'argento.