—Le hai contate?

—E strappate. Non vo' argento, io; sono incorruttibile.

—Ma, e quando i bianchi saranno in maggioranza?

—Mi darò alla pittura, Filippo mio; studierò l'arte del Tintoretto.—

Così chiacchieravano, allegri come due passeri su di un pergolato d'uva matura, mentre andavano di sala in sala, alla ricerca della bella sconosciuta, che premeva tanto ad Ariberti.

—Ah, eccola!—esclamò egli, stringendo il braccio all'amico.—Vedila, là in fondo, seduta su quel sofà. È quella che parla col cavaliere di Cocconato, il gran cacciatore del re.

—Quella? Ariberto mio, mi duole di avertelo a confessare; non è una mia cliente.

—Vedi che disdetta! Appunto quella che m'importava conoscere.

—Mio Dio, se vai proprio a cercarle col campanello! Ora io potrei cavarmela da principe, dicendoti che ella si chiama Venere, e lasciando a te la cura di rintracciare se sia la Capitolina, quella dei Medici, o quell'altra di Milo.

—Insomma, non sai chi ella sia.