—Ti ho detto che non è mia cliente. Ma se tu mi prometti la sua prima infreddatura, il suo primo mal di nervi…

—Filippo mio, tu te la godi come uno scolaro in vacanze.

—Sicuro; ti ho stretta la mano e sono di buon umore; anzi, torno ragazzo. Anche il grave Cicerone amava tornarlo di tanto in tanto, e lo scrisse appunto nel suo libro De Senectute, te ne rammenti? «Ut aliquando repuerascam». Almeno, mi pare che dica così. Ma lasciamo le ciance, e contentiamo l'amico. Quella signora leggiù, se non m'inganno, è una marchesa di Rocca Vignale, cioè Marchesa vedova di Rocca Vignale. Non so veramente come nasca; cioè, mi spiego, la scienza mi insegna come tutti nasciamo, e come sarà nata anche lei; intendo parlare di genealogia e di araldica. È nobile di nascita? È italiana? Haud mihi compertum est; non saprei dirtelo.

—Eh, per non essere il suo medico, ne sai già quanto basta.

—Girando s'impara;—disse Filippo.—Del resto, non sono io che so molto; sei tu che ti contenti di poco. Ma questo è buon segno; non sei innamorato. Se tu lo fosti, vorresti già sapere da me il suo nome di battesimo, il nome di pratica in casa sua, le primavere che canta… A proposito di primavere, so anche questa. La marchesa di Rocca Vignale è rimasta vedova a venticinque anni, ed ora ne ha trenta suonati.

—Non parrebbe, a vederla!

—Ed hai ragione; ella ne dimostra tre o quattro di meno, e probabilmente ne avrà tre o quattro di più del numero che ti ho detto.

—È bella assai!—esclamò Ariberti, che tirava a suo modo la somma.—Andiamo via; se no, le casco ai piedi.—

Questo era detto burlescamente, si capisce; ma anche parlando per celia, l'onorevole Ariberti accusava i primi sintomi di una malattia acuta. Per fortuna, le malattie di questa sorte, quando nascono, non fanno dolore, che anzi le s'annunziano con una insolita pienezza di vita, volto sereno, occhio ilare, piede leggiero, e una nidata di grilli nel capo.

Il nostro eroe non doveva essere malcontento della sua gita al ballo di Corte. Per giunta alla derrata, ebbe parole amorevoli del padrone di casa (il re, se vi piace), che s'intrattenne a lungo con lui, a discorrere sui partiti e sulla necessità di dar sesto al bilancio. Fu un colloquio che fece tremare sul loro trono di cartone i ministri, uno dei quali guardò due volte l'orologio e contò che la grazia reale era durata sette minuti e qualche secondo. Nè fu minore l'attenzione di una ventina di damerini, e cortigiani di primo pelo, che, bazzicando poco o punto alla Camera e non conoscendone molto gli oratori, si domandavano curiosamente l'un l'altro, chi fosse quel giovanotto, che aveva tanta entratura col re.