Si seppe allora, dopo aver preso lingua dai pratici, che era il deputato Ariberti, quel desso che con un discorso aveva fatto cascare il gabinetto anteriore, e non dal sonno, pur troppo, come avrebbero certamente preferito i vecchi ministri. E pochi minuti dopo, trattandosi d'una notizia di quella importanza, il colloquio dell'onorevole Ariberti col re era stato strombazzato per tutte le sale; figuratevi che n'erano state perfino informate le dame che di queste cose per solito non si dànno pensiero, e fanno bene, a mio credere.
Questo epifonema dell'umile narratore non mira ad offendere una bellissima gentildonna, che si trovava per l'appunto al ballo di Corte, e a cui premeva molto di conoscere da vicino il nostro onorevole. Forse la politica c'entrava pochino in quella sua curiosità femminile, e molto invece la vanità. Comunque fosse, io non ho da vederci nulla; debbo dire soltanto, per la necessità del racconto, che quando uno dei suoi cavalieri, servo divoto di tutte le dame, diede a lei la notizia dell'importante colloquio, ella, che pur conosceva Ariberti, per averlo veduto ed udito più volte alla Camera dalla tribuna diplomatica (una bella signora ci ha sempre ai suoi ordini un plenipotenziario purchessia), dimandò con aria di candore al suo elegante galoppino:
—Lo conoscete voi, questo terribile rovesciatore di ministeri?
—Se lo conosco! Siamo anzi amicissimi.
—Ah, bene! Dovreste presentarmelo.
—Io, marchesa?
—Sì, voi; se è vostro amico, anzi amicissimo, come dite…
—Certo; ma qui, su due piedi…
—Stiamo a vedere che vorreste presentarmelo su quattro! Da bravo, cavaliere; fateci questo servizio e contate sulla nostra gratitudine.
—Vi preme molto, marchesa?—domandò il povero cavaliere, che non conosceva Ariberti, e non sapeva che pesci pigliare.—Quand'è così…