—Quand'è così, non mi presentate nulla. Si può far senza del vostro amicissimo e vivere.—

Il cavaliere capì che aveva scontentato la marchesa, e che la sua vantata intrinsichezza coll'Ariberti non era tenuta in conto d'evangelio. Perciò, fatte alcune parole senza costrutto, e solamente per pigliar tempo, andò a cercare il modo di accomodare il pasticcio e di contentare la dama.

Ariberti non era lontano. Il cavalier servente, dopo essergli girato intorno parecchie volte, aspettando di trovar uno che lo presentasse, o un'idea che lo avvicinasse al suo uomo, finì con una alzata d'ingegno, della quale in ogni altra occasione non si sarebbe creduto capace; si accostò all'onorevole Ariberti ed appiccicò audacemente il discorso.

—Bella festa, commendatore, non è vero?

—Sì, bella;—rispose Ariberti;—bella,—ripetè dopo una breve pausa e riprendendo argutamente il suo vicino,—quantunque io non ci abbia il grado a cui le piace elevarmi.

—Come?—disse l'altro, cadendo dalle nuvole.—Scusi, sa? Veramente, credevo… Già, non si sa mai… E infine, se non è commendatore Lei, chi ha da esserlo?

Ariberti era uomo, e l'incenso non gli dispiaceva, anche a costo di sentirsi rompere l'incensiere sul naso.

—Con chi ho l'onore di parlare?—dimandò egli allora, atteggiando le labbra ad uno dei suoi più dolci sorrisi.

—Il cavaliere Carletti di Montalero; non si ricorda? Ho avuto il bene d'intrattenermi con Lei nell'atrio del palazzo Carignano, insieme col mio amico…—

E qui il bravo cavaliere sciorinò un nome illustre, senz'altro. Già, le bugie sono come le ciliegie, e tutto sta nel cominciare.