—Ah sì,—disse Ariberti, che non si ricordava affatto.—Ora mi sovviene… Scusi sa! Si ha occasione di parlare con tante egregie persone, che in capo al giorno, uno non si raccapezza più, per quanti sforzi faccia. È male, lo capisco, ma infine, non tutti hanno la memoria di Napoleone il Grande.

—Scusi, cavaliere;—ripigliò il Carletti, che non era un grullo e voleva con qualche arguzia temperare la difficoltà del colloquio;—crede lei che Napoleone ci avesse proprio quella memoria portentosa? Si racconta in casa mia che uno ci si sbattezzò di buona voglia, per non dar torto al grand'uomo, che lo aveva chiamato con un nome non suo. Del resto, si capisce; le cure di Stato son fatte per confondere la testa meglio ordinata. Ed anche il Parlamento ne vuole la sua parte, specialmente quando si fa il deputato come Lei.—

Ariberti s'inchinò, ringraziando; ma dentro di sè, incominciava a sentire un pochino di noia, parendogli che il suo interlocutore appartenesse alla classe dei gasteropodi, ordine dei ciclobranchi, famiglia degli univalvi, lepade in greco, e in italiano patella.

—Veda di non logorarsi troppo;—continuò intanto il buon cavaliere Carletti di Montalero,—gli uomini come Lei sono preziosi; se lo lasci dire, preziosi. Un po' di svago ci vuole. E dica, di grazia, non balla?

—Nossignore;—rispose Ariberti, che era già ad un pelo di mandarlo a tutti i diavoli.

—Come? Con tante dame gentili? C'è qui raccolto il fiore della bellezza e della grazia di tutto il Piemonte.

—Non dico di no; ma conosco poca gente…

—Se io potessi mettermi agli ordini suoi…

—Oh, grazie infinite, ma io…

—Se mi permette,—interruppe il cavaliere, mettendo, come suol dirsi, le mani avanti,—incominciamo fin d'ora. Io la presento a qualcuna delle nostre eleganti. Non sono un uomo politico, e pur troppo il mio poco ingegno non mi dà di aspirare a diventarlo; mi contento adunque di passar la mia vita il meno male che si può, e sacrifico modestamente alle Grazie.