—Le faccio i miei complimenti;—disse Ariberti, che non sapeva se avesse a fare con un impertinente, o con uno sciocco.—Si tenga lontano dalla politica, e non abbandoni le dame; il meglio della vita è qui.
—Gliel'ho detto;—incalzò il cavaliere di buona volontà;—son tutto a sua disposizione. Mi terrei veramente onorato di presentarla…
—Grazie!—gli rispose Ariberti, scuotendo la testa in atto di rifiuto.—Io sono un orso, e gli orsi ballano male.
—Ah, ah! questa è arguta davvero!—esclamò il cavaliere, accompagnando la sua osservazione con tutte le smorfie più adatte, secondo lui, a disarmare la diffidenza del suo interlocutore.—Ma non sempre le cose più argute son vere.—
E cominciava a sudar freddo, il povero cavaliere Carletti di Montalero; e malediceva in cuor suo la smania di darsi per amico di tutti i valentuomini, che l'aveva messo in quel brutto impiccio.
—Dunque, dicevamo,—proseguì infilzando parole alla disperata,—bisogna esordire. Io la presento subito alla più elegante e alla più bella di tutte. Vede, onorevole amico; è un sacrifizio che faccio… Ma intendiamoci, lo faccio volentieri; ho tanta stima e riverenza per Lei!—
Ariberti aveva già perduta la pazienza, e una frase poco parlamentare stava già per venirgli alle labbra. Ma quell'accenno del cavaliere alle qualità della dama, lo trattenne in buon punto. Il cuore, quel benedetto viscere, che entrava per tanta parte in tutte le cose sue, gli aveva dato un sobbalzo nella classica chiostra del petto.
—La più bella!—esclamò egli, sorridendo.—Diamine! Non foss'altro che per conoscere il suo riverito parere in materia di bellezza, io ardirei chiedere il nome della signora.
—A patto di presentazione?—dimandò il cavaliere, cogliendo la palla al balzo.
Ariberti stette in forse un istante. Ma un'idea gli era passata pel capo; che si trattasse di una scommessa, d'un punto da vincere, o altro di somigliante. La ruvidezza in questo caso gli avrebbe fatto un cattivo servizio; la urbanità sola lo avrebbe salvato. Inoltre, il cavaliere Carletti non aveva l'aria di un burlone; e in fin dei conti, ci sarebbe stato sempre tempo a punirlo. Così pensando, l'onorevole Ariberti si commise allegramente all'ignoto.