Una cosa sappiamo, che Ariberti aveva desiderato ardentemente di avvicinarla, che il caso lo aveva servito largamente e che egli doveva vedere in questo fatto l'opera del caso, un atto intelligente e meditato di quella divina provvidenza, che è, se permettete, un capriccio di donna.
Si avvicinò, tenuto a braccetto dal cavaliere Carletti, che mostrava un'aria da conquistatore nell'atto di domandare il trionfo. La marchesa aveva accanto un pezzo grosso, di quei che non ballano, e che si possono piantar lì quando faccia comodo. Anche questa era intelligenza sopraffina, di mostrarsi stanca del ballo e di mettere gli importuni in dirotta.
Per farvela breve, l'onorevole Ariberti fu presentato ed accolto con quella elegante e cerimoniosa freddezza che era del caso; ma gli occhi e la stretta di mano dissero, o lasciarono intender cose, che dovevano sfuggire alla attenzione di tutti i cavalieri Carletti del mondo. L'onorevole Ariberti chiese ed ottenne l'altissimo onore di una quadriglia, o contraddanza che si voglia dire, come se fosse un ufficiale d'ordinanza, un addetto d'ambasciata, od altro degli elegantissimi giovinetti che davano vita alla festa.
CAPITOLO XIX.
Rinaldo nei giardini d'Armida.
Chi non ricorda, tra le noie della sua prima giovinezza, il famoso teorema dell'ipotenusa, più conosciuto nel gergo scolastico sotto il nome di ponte dell'asino, perchè era in geometria il punto difficile, di là dal quale potevano andar ritti e sicuri i matematici in erba, laddove, in esso scappucciavano maledettamente i più corti d'intelligenza, quantunque fossero i più lunghi d'orecchie? Dimostrare tre migliaia d'anni dopo Pitagora, autore della bella scoperta, che il quadro eretto sull'ipotenusa è equivalente alla somma dei quadrati eretti sui due cateti, era appunto il difficile dell'impresa.
Non è animo mio di ripetere qui la dimostrazione ai lettori, per farmi vedere ferrato a ghiaccio nella scienza d'Euclide. Ho solamente ricordato il teorema pitagorico, per giungere a dirvi (guardate mo dove va a ficcarsi la boria dottorale!) che la bellezza della marchesa Clementina di Rocca Vignale era la somma delle bellezze di Giselda Szeleny e della marchesa di San Ginesio. Splendida come questa, attraente come quella, raccoglieva in sè stessa e mostrava armonicamente confusi i due generi, le due forme di bellezza che mi sono ingegnato di rappresentarvi a suo luogo.
E adesso, lasciando in disparte la geometria piana, che non è certo la più acconcia a descrivere le grazie di una donna, dovrei schiccherarvi qui in quattro tocchi di penna i pregi fisici di questa Armida rediviva. E qui proprio mi trovo più impacciato che non fossi a quattordici anni, coll'ipotenusa e i cateti. Se almeno potessi darvi questa bellezza in dramme e scrupoli, come fa il medico le sue ricette, lasciando a voi la cura del «misce et remisce»!
Un grande scrittore, che in gioventù non aveva avuto a lodarsi troppo delle signore donne, e che perciò non usava trattarle co' guanti, mi diceva: «Quando ho da dipingere una donna, piglio due soldi di biacca, uno di cinabro, uno di giallo di cromes, un pizzico di terra d'ombra, un altro di nerofumo, e non ci fo mica altra spesa; cinque o sei pennellate, e mi sbrigo». Lo diceva, s'intende; ma poi non lo faceva. Ed anche di lui, quantunque amasse poco il bel sesso, resteranno figure ammirabili, come una Jole, una Fides, tra l'altre, ed una Fulvia Piccolomini, per cui, se tornasse al mondo tal quale si potrebbe anche fare allegramente, il viaggio di Siena.
Come tipo di bellezza ammirabile, la marchesa di Rocca Vignale avrebbe fatto onore, anche dopo il ritratto della Paolina Adorno dei Brignole, al pennello sicuro ed elegante di Antonio van Dyck, o al mollemente arguto di Tommaso Lawrence, per cui non ebbero segreti le morbidezze, i tondeggiamenti e le lisciature della forma moderna.