Le quali, del resto, non fanno male a nessuno, e accortamente svecchiate secondo il merito degli uomini, non già secondo la somma di danaro che possono spendere, potrebbero anche aiutar meglio ad uguagliare gli uomini, innalzandoli, che non abbiano fatto finora tante belle teoriche, rimaste in sospeso e soggette a revisione.
Assistito dagli angioli dell'amicizia, Ariberti risanò. La vicinanza di quella donna, che egli aveva amata tanto e odiata a' suoi tempi, per venerarla più tardi come l'esemplare delle gentildonne, bella ancora a malgrado degli anni in tanta copia cresciuti, amorevole con lui come coll'amico e fratello dell'uomo prescelto da lei, quella vicinanza, io dico, rialzò lo spirito abbattuto di Ariberti, consolò di qualche più lieta immagine i suoi giorni di convalescenza e gli riaperse il cuore alla speranza, a questo fiore gentile, ospite assiduo della casa nostra, così restìo sempre a morire sotto il rovaio e le brine, così facile a rinascere col primo raggio di sole.
Per altro, se gli tornò il sentimento della vita, gli tornarono anche le malinconie, i desiderii e gli spasimi, che fanno corteggio alla esistenza. La vista di quella coppia affettuosa gli era cara ad un tempo e molesta. Erano due felici, quelli che stavano con tanto amore al suo fianco. Non lo mostravano; anzi, in presenza di lui, si parlavano a mala pena, e quel poco era tutto rivolto all'amico sofferente. Ma il trovarsi ambedue là, quel grand'uomo e quella gran dama, intesi ad un'opera di schietta carità fraterna, non chiariva egli abbastanza la piena concordanza delle loro anime elette?
Gran forza, nel mondo, il vincolo di due cuori innamorati! E lui, solo, pur troppo, disperatamente solo! Imperocchè, oramai, la sua vita era spezzata. All'età sua non si ricominciava da capo. Clementina! Clementina! E quel nome e quella immagine gli stavano sempre dinanzi.
Nessuno l'aveva nominata. Filippo faceva ogni poter suo per non richiamarla, anche di straforo, alla mente del suo povero Ariberti. Ma nessuna cura di prudente amico bastava a dissipare quell'altra, assidua e dolorosa, che gli stava nell'anima. Avrebbe voluto chiedere di quella donna, ma la fermezza di carattere del suo amico Filippo lo metteva in suggezione. Non era egli forse un atto di debolezza il pensare a quella donna che lo aveva trattato con tanta noncuranza?
E tuttavia gira e rigira, quando finalmente il suo medico gli consigliò di mutar aria per assicurare la sua convalescenza, Ariberti sentì che non avrebbe potuto partire senza vederla. Era una viltà la sua; ma infine, chi non è stato vile almeno una volta in amore?
Gli angioli dell'amicizia non erano ad assisterlo. Egli afferrò la penna, e, pieno di speranza e di timore, di desiderio e di vergogna, scrisse un viglietto alla marchesa di Rocca Vignale
«Clementina,
«Sono stato molto male, e ancora non ho potuto uscire di casa. Che fate voi? Mi avete perdonato? Io vi ho veduta tante volte, benigna e sorridente apparizione, attraverso i vaneggiamenti della febbre, che spero di sì. Il cuore non inganna; e il mio è tutto pieno di voi.