Dopo che ebbe scritto e suggellato il foglio, chiamò il servitore.

—Questa lettera alla marchesa di Rocca Vignale. Se la marchesa è in città, bene; se no riporta la lettera, che la manderò per la posta.—

Il dado era tratto. In quell'ora si decideva della sua sorte. Che cosa avrebbe pensato Clementina, ricevendo il viglietto? Gli avrebbe risposto? Lo avrebbe incoraggiato a tornare da lei? Come gli parve lungo il tempo, che dovea mettere il servo ad andare e tornare! Finalmente egli giunse. Non era stato più di mezz'ora, e ad Ariberti era parso già un secolo.

—Orbene? Era a Torino?

—Sì signore; ho consegnato la lettera all'Aristide, e m'ha detto che la rimetteva subito nelle mani della signora marchesa, che ancora non era uscita di casa.—

Le ansie d'Ariberti cominciavano allora. La marchesa aveva letto il foglio e ci pensava su, se forse, in un momento di collera, non lo aveva fatto a pezzi e gittato sul fuoco del suo caminetto. Ed egli andava cercando di ricomporne le frasi nella sua mente, ed ora si pentiva di non averle scritto più umilmente appassionato, ora di non avere usato uno stile più cerimonioso e tranquillo. E frattanto, nessuna risposta. Due ore, tre ore, passarono in quella aspettazione angosciosa. Forse era giorno di visite? No, era un martedì, e la marchesa non riceveva che le mattine del giovedì. Ma forse doveva andar lei in qualche luogo, per qualche obbligo da cui non avesse potuto liberarsi. Certo, era così, non poteva essere altrimenti; ma in fine, due righe erano presto mandate, e non ci voleva una gran fatica a scriverle. Insomma, il nostro convalescente era inquieto, e quando Filippo tornò da lui, lo trovò colla febbre.

—Mi rincresce,—gli disse Bertone, dopo avergli tastato il polso,—perchè volevo darti una notizia…

—Quale? che cos'è!—saltò su gridando Ariberti. Te ne prego, non mi —tener sulla corda.

—Che furia! Aspetta un pochino, e preparati a stare allegro. Ho incontrato poc'anzi una signora…

—Lei!