—Sì, lei; ma chetati! Non si piglia mica la felicità d'assalto, come un ridotto nemico. Disponiamoci all'evento, mentre io ti racconto ogni cosa in ordine. Ho veduto la sua carrozza qui sotto. Ella scendeva, mentre io stavo per infilare il portone. Mi ha chiamato, ha voluto saper tutto, ed io le ho raccontato ogni cosa appuntino. Insomma, son diventato un confidente in piena forma, e voglio mettere sull'uscio di casa mia un cartello, che dica così: «Il conte Bertone, amico patentato, dà consigli gratuiti e fa le paci tra gli innamorati alle rotte».—

Ariberti sapeva benissimo che cosa pensare dei meriti di Filippo in questa pace. La marchesa non aveva detto all'amico di aver ricevuto il viglietto, e questo gli risparmiava un po' di vergogna. Clementina aveva in quella vece raccontato che, tornata il giorno innanzi dalle Langhe, aspettava la visita del suo onorevole amico, e soltanto da un giornale aveva ricevuto la notizia della convalescenza, prima di sapere che ci fosse stata la malattia. Perciò era corsa subito, non badando neppure a quello che avrebbero potuto pensare i torinesi, vedendo la sua nota livrea all'uscio di strada dell'onorevole Ariberti.

—Donna divina!—pensò il nostro eroe, con quella medesima facilità impetuosa con cui qualche settimana prima aveva pensato e detto ben altro.

—E adesso,—ripigliò Filippo Bertone,—appòggiati al mio braccio e andiamo nel salotto, dove ella ti attende. Non ho voluto farla entrar qui, per non farti, cadere in deliquio.

—Amico mio, non mi sono mai sentito così forte come oggi.

—Ah sì? e frattanto ti tremano le gambe. Tienti al mio braccio, ti dico.—

Ariberti obbedì, perchè infatti la commozione non gli consentiva di far la strada da sè.

—Andiamo dunque;—pensava in quel mentre Filippo;—così l'aveva a finire. Il mio amico non è nato della schiatta dei forti. Al dolore non sa resistere, la gioia lo abbatte, i saldi propositi lo spaventano; segue il filo della vita come vuole la fortuna, vede il meglio e lo approva, per attenersi al peggiore partito. Conduciamolo dunque dalla marchesa Clementina, poichè non c'è altro a farne di lui, «e naufragar gli è dolce in questo mare».—

La marchesa era seduta su d'un canapè, colla testa appoggiata contro la spalliera e le braccia abbandonate sulle ginocchia, in atto di persona stanca. Al rumore dei passi di Ariberti e del suo amico Filippo, si scosse e tentò di alzarsi per muovergli incontro; ma Ariberti non le diè tempo a farlo, perchè spiccatosi dal braccio di Filippo, corse barcollando verso di lei e si lasciò cader ginocchioni a' suoi piedi, dando, com'era richiesto dalla circostanza, in uno scoppio di pianto.

—Ah, vedi? io te l'avevo pur detto, che non ti puoi reggere ancora da solo;—gridò Filippo, per attenuare le difficoltà di quella critica scena.—Signora marchesa, il mio amico ha molto sofferto; ma speriamo che andrà da oggi in poi ricuperando le forze. La bellezza e la grazia hanno più potere in cotesto, di tutti i medici dei due emisferi.—