—Sì, perchè no?—rispose il signor commendatore, che andava infilzando parole per mo' d'esperimento, quasi volesse sincerarsi che era ben lui che parlava.—Il guaio si è che non capisco nulla di ciò che mi è intervenuto stanotte…—
E pensava, frattanto, e cercava di cogliere il punto critico, la peripezia che c'era stata tra la sera e la notte, tra la sua vecchiaia e la sua giovinezza. In quel mezzo gli venne veduta la chicchera del tè, col liquido nereggiante per entro.
—Ecco il nappo della vita!—diss'egli.
E ricordando il sapore che vi aveva sentito la sera addietro, volle assaggiare il suo tè.
—Diamine! È amaro sempre.
—Ci ha messo lo zucchero?—entrò a domandare monna Zita, che non capiva una maledetta di quegli esperimenti.
—E chi ne sa niente? Può darsi benissimo che io lo abbia dimenticato.
—Non ce l'ha messo, difatti. Veda, la zuccheriera è colma.
—Ella ha ragione, signora Zita, ed io ho perduta la testa. Ma già—proseguì il signor commendatore, borbottandosela tra' denti,—se c'era lo zucchero, il nappo della vita mi pareva dolce, e il sortilegio correva ugualmente. Piuttosto, quella stecca falsa non era da diavolo autentico; ed io avrei ben dovuto avvedermene!—
La signora Zita, vedendolo almanaccare a quel modo, come un uomo che fa conti a mezza voce, pensò che gli avesse dato volta il cervello.