—Signor padrone, se provasse ad andarsene a letto….
—Sì, non dici male; mi leverò almeno il freddo dall'ossa. Su, vecchio arnese, compagno mio da tanti anni, che m'era parso di aver lasciato per istrada, come il serpente la scorza! Sono stato un ingrato, non c'è che dire, e tu se' capace di avertelo avuto a male. Non è vero, grinzoso compare? Ahimè, non torna giovine chi vuole, e il meglio è ancora di tenersi caro il suo asino, con tutti i suoi guidaleschi. Signora Zita, le pantofole! Bene, grazie; buon giorno a lei, e buona notte a me.
—Il padrone scherza coll'amaro in bocca;—disse la signora Zita tra sè, mentre usciva dalla camera per dargli tempo a spogliarsi.—Bisognerà mandare pel medico, che venga con un pretesto a vederlo.—
Intanto il signor commendatore si era posto a letto, e rannicchiato sotto le coltri cercava di scaldarsi le membra intirizzite. Quando il medico giunse nella sua camera, egli non aveva anche potuto pigliar sonno.
Era un medico coi fiocchi, un medico da principi, quello del commendatore Ariberti. Ma non dubitate, quantunque conte, rettore dell'università e professore di fama europea, egli non andava che al letto dei poveri e di un piccolo stuolo di amici, che si veniva assottigliando d'anno in anno.
—Tra i poveri son nato e non debbo dimenticarli; diceva egli.—Cogli —amici ho vissuto negli anni della florida salute, e mi piace non —perderli d'occhio, ora che incominciano ad aver bisogno di me.—
Da questo cenno il lettore ha già conosciuto Filippo Bertone.
—Or bene, che significa ciò? Vengo per invitarti a pranzo, e sento dalla signora Zita degnissima, che sei tornato poc'anzi di viaggio e che non hai dormito stanotte. Belle imprese, signorino! Come se aveste vent'anni!
—Li ho avuti per l'appunto stanotte;—rispose il commendatore Ariberti, sorridendo malinconicamente e stringendo la mano all'amico, mentre questi correva coll'altra a tastargli il polso.
—Ah, ah! siamo dunque stati nel paese dei sogni? Male, male;—notò il conte Filippo;—lo dice anche la chiesa: