Al nostro eroe era passato per la fantasia un nembo di lettere profumate in carta di seta, collo stemma impresso a colori sulla ripiegatura, e con una mano di scritto affilettata all'inglese; sogni tutti e desiderii della sua giovinezza precoce. Ed ecco, gli capitava in quella vece alle mani una letteraccia in carta comune, mal ripiegata, peggio sigillata, e probabilmente piena di scarabocchi, sul fare di quelli che la soprascritta portava ad insegna.
Basta, non è tutto oro nel mondo, e Ariberti doveva contentarsi per quella volta agli spiccioli di rame. Chi sa? poteva anche essere oro misto. Imperocchè dopo tutto ci son pure delle care e belle donnine, che hanno una brutta calligrafia e che suggellano le lettere coll'ostia.
Il giovine aperse tra rassegnato e curioso quella che gli mandava per allora il destino. Essa incominciava «illustrissimo signor Riberti» che gli fece di scoppio «rizzar le chiome sul crin», come cantò elegantemente un poeta di mia conoscenza.
Oramai, non c'era più da sperare. Ariberti corse cogli occhi in fondo alla lettera. E qui, s'egli avesse avuto la memoria più pronta, non ci sarebbe stato neanche da stupirsi. La firma era quella della «sua devotissima serva, Giuseppina Giumella» di quella fiorista in via Dora Grossa e pigionale della signora Paolina, in via degli Argentieri, che i lettori conoscono.
Il primo atto che fece egli al leggere quella firma, voleva dire: che nome prosaico! chi sarà mai questa devotissima serva? E stava rigirandosi il foglio tra le dita, ma senza cavarne un costrutto. Laonde, si appigliò allo spediente più ovvio, che era quello di leggere, o, per dire più veramente, di decifrare quei geroglifici.
La signora Giuseppina lo ringraziava del bene che aveva avuto da lui e giurava che gliene sarebbe stata riconoscentissima «fino all'estremo anelito»; la qual frase faceva testimonianza d'una certa coltura letteraria, raspata nei libretti d'opera. Finiva pregandolo caldamente a voler passare da lei, per una cosa di molta importanza che aveva a dirgli.
Ariberti si ricordò allora della pigione pagata, e gli tornò anche in mente, sebbene veduto alla sfuggita, il tipo della ragazza che aveva occupato l'antico domicilio di Filippo Bertone.
Ma che cosa voleva costei? La vanità nascente non permise al giovine di dare al fatto la spiegazione più naturale. Di certo, quella ragazza gli aveva a parlare per conto d'altrui, e molto probabilmente d'una donna. A quella supposizione che gli faceva intravedere un intrigo donnesco, si sentì battere il cuore. Infatti, e non poteva esser proprio così? Non faceva essa la fiorista in uno dei più riputati negozi di Torino, dove certamente praticavano le più eleganti signore della città?
Di questa guisa, tra l'immagine della marchesa e quella di Giuseppina Giumella, che la sua ferace fantasia accoppiò per alcuni momenti in un medesimo intrigo, tra gli zitti della vigilia e la visita del giorno imminente, il nostro eroe dormì poco e balzò dal letto più presto del solito.
Quella mattina si vestì con una ricercatezza che mai la maggiore, si profumò, si lisciò un'ora allo specchio, come se si fosse trattato di un ripesco amoroso. Si è detto che ogni donna, alle sue ore, è un pochino civetta; ma io vi so dire che l'uomo è un civettone senz'altro. Il mio eroe uscì di casa azzimato come un vero damerino e si avviò verso quella benedetta strada degli Argentieri, che gli pareva tutt'altra da quella di prima. Salì le note scale con un po' di rimescolo nel sangue; chè non si era mai trovato fino allora in un caso simile. Per altro, siccome non era un andare alla morte, si fece animo come potè, e ravviati colla mano i morbidi capegli sul fronte, e tirate due punte, o per dir meglio, due ombre di baffi, diede una scossa al campanello che sapete.