L'uscio si aperse prontamente, e la signora Giuseppina Giumella, fatto entrare il visitatore, fu pronta del pari a richiuderlo. Certo ella era stata in ascolto colla mano sul catenaccio, e avea fretta di chiuder quell'uscio, perchè quella curiosaccia della signora Paolina, facendo capolino dal suo, non vedesse lo studente. Anche lei era vestita con una certa attillatura, e i suoi capegli biondi, indocili al pettine, apparivano assettati con cura. Ed anche lei si vedeva confusa, e dopo avergli additato una scranna presso l'abbaino, stette lì cogli occhi bassi e in silenzio, quasi non sapesse neppur lei da che parte incominciare.

C'era, a diportarsi in tal modo, il suo bravo perchè. L'accorta ragazza voleva piantare un chiodo, e le premeva di non parergli sfacciata. Dai discorsi della padrona di casa, aveva fiutato subito la selvaggina e non voleva lasciarsela fuggire di mano. C'era di mezzo un certo giovinastro, studente di medicina, frequentatore di bische, il quale non le avrebbe anche levati quei pochi che ella guadagnava col suo lavoro di tutta la settimana. Ora, senza contare ch'ella era già stanca di quell'arnesaccio e lo avrebbe volentieri mandato a quel paese, la fiorista cercava un'anima gentile, un cuore ben fatto, che sapesse intendere il suo e le prestasse lì per lì una cinquantina di lire. Come si vede, era modesta ne' suoi desiderii, e una così piccola somma l'avrebbe trovata soltanto a scendere in istrada per chiederla al primo che fosse passato di là. Ma questo forse non faceva comodo alla signora Giuseppina. Ci aveva il ricordo fresco della cortesia d'Ariberti, cortesia fatta senza pur conoscere a chi la usasse. E questo era un precedente degno di nota.

Donde il proposito fatto di rivolgersi a lui e il bisogno, se voleva riuscire nell'intento, di mostrarglisi amabilmente confusa.

Ariberti fu quello che doveva essere in una simile occasione; cioè a dire un pretto collegiale. Le vide i lucciconi sugli occhi e non seppe resistere. Certo, egli cadeva un po' giù dalle sue prime illusioni. Ma la signora Giumella era tanto graziosa, a quel lume mattutino! E poi, non rideva di lui, come quell'altra! Infine, chi sapesse da quali piccole cause dipendono spesso gli atti più rilevanti di un' uomo!….

Fo punto, perchè credo che la cosa sia stata già detta e stampata da
Panfilo Castaldi in poi, almeno un migliaio di volte.

CAPITOLO VI.

Dove s'illustra il motto: "amici da starnuti" e si fanno anche due preziose conoscenze.

Una mattina di gennaio il contino Candioli se ne stava ritto e impettito davanti allo specchio, vestendosi comodamente alla vampa di un buon fuoco che scoppiettava allegro nel suo quartierino, posto ad un piano più su di quello che abitava S. E. il conte padre. Si vestiva di mezza parata, per andare all'università, ma la testa era già stata a lungo nelle mani del cameriere, il quale l'avea ridotta quel portento di bellezza che sapete.

Levatosi l'accappatoio, che lo rendeva abbastanza ridicolo, ma che gli era stato necessario poc'anzi per l'acconciatura del capo, il signorino indossava una sottoveste di stoffa inglese tutta bioccoli come il mantello d'un can barbone, e vi gittava leggiadramente su la catenella dell'orologio, allorquando rientrò il cameriere.

C'est toi, Lafleur?—diss'egli, vedendo riflettersi nella spera la faccia tonda e spelacchiata del servo che si lasciava chiamare con quel nome da commedia.—Che cosa vuoi?