Quel bonheur de vous voir!… Ma che avete?—soggiunse tosto, mutando idioma ed accento.—Siete pallido come un moribondo.

—Signor conte,—disse Ariberti, con aria abbattuta,—c'è di peggio; sono un uomo morto.

Diable! E che cosa vi è intervenuto?

—Che sono stato insultato, provocato a duello ieri sera.—

Il conte Candioli si rizzò nobilmente sulla persona, inarcò le ciglia e stette nell'atteggiamento dell'Apollo di Belvedere, guardando il suo interlocutore.

Il faut se battre;—sentenziò egli poscia, con gran sicumèra.—È la mia opinione.

—Capisco;—rispose Ariberti;—e non è difatti per questo che io… Insomma, sono dispostissimo ad andare sul terreno, quantunque io non abbia mai tenuto arma in pugno….

—Male!—interruppe quell'altro.—Pigliate esempio da me, che mi esercito nel maneggio delle armi ogni giorno.

—Ella ha ragione;—disse Ariberti.—Comincio a capire che bisogna tenersi preparati sempre a respingere un insulto, o un atto di prepotenza del nostro simile. Ma, lo ripeto, non è per questo che io ero venuto da Lei; bensì per un'altra faccenda che mi mette in pensiero. Non ho ancora potuto trovare due padrini da poter mandare al mio avversario. Vigna e Balestra non se ne intendono affatto. Ferrero si schermisce, mettendo innanzi le sue grandi occupazioni. Sono andato a cercar d'altri, ma non li ho trovati in casa. Ed ecco perchè son venuto ad importunar Lei, signor conte, che mi ha sempre dimostrato tanta benevolenza. So bene che non dovrei incomodare un suo pari, ma pensi a mia scusa che non ricorro al più autorevole, se non quando i meno mi abbandonano.

—Ah sì…. grazie—balbettò il contino, impacciato.