—Ora,—ripigliò il nostro eroe,—egli sembra che la ragazza ci avesse un cugino, diventato tenero tutto ad un tratto della parentela, il quale ha trovato le lettere mie e gli hanno preso le furie.
—Un cugino!—esclamò il Candioli.—Fosse almeno un fratello! E come si chiama questo cugino? Donde viene? Che cosa fa?
—Che so io? È un certo Forniglia, o giù di lì; studente di medicina, a quanto dicono, ma che all'università non si è mai visto. Ferrero dice che è un giovinastro di bassa mano, frequentatore di bische; insomma un mascalzone. Contuttociò, egli ha trovato due persone pulite, almeno in apparenza, che son venute a propormi un certo dilemma….
—Sentiamo il dilemma.
—Eccolo qua. Pretendono che io abbia fatto perdere il suo buon nome alla ragazza. Una fiorista, noti, una fiorista che sta da sola in una camera d'affitto, in via degli Argentieri! E per questo mi mettono davanti l'aut aut; o sposare la cugina del signor Forniglia, o battermi con lui all'ultimo sangue. Di qui non si esce. E adesso Lei capirà, signor conte, che io non potevo esitare nella scelta. Lasciamo stare che son figliuol di famiglia e sottoposto alla patria potestà. Ma non si può ammettere nemmeno per celia che io sposi la signora Giuseppina Giumella, una ragazza che vive da sola in Torino, che tira stoccate alla mia borsa, e che tutto ad un tratto mi diventa una santa innocentina, con tanto di protettore da fianco.
—Sposarla! Mais pas le moins du monde, parbleu!
—Or dunque, venendo alla conclusione, i padrini di questo signor Forniglia mi hanno aspettato iersera sull'uscio di casa mia, dopo il teatro. Ed io ho dovuto prendere appuntamento per quest'oggi, sul mezzodì, al caffè dell'Aquila, dove si sarebbero abboccati coi miei padrini.
—Se riuscirete a trovarne!—disse gravemente il Candioli.
Ariberti lo guardò istupidito.
—Eh, difatti,—soggiunse egli dopo un momento di pausa,—finora non ne ho trovati; ma sperava che Lei…