—Ma, come Le ho detto, signor conte, sono già stato da lui questa mane e mi ha ricusato il servizio.

—Come padrino, lo intendo; ma per darvi un consiglio…… Un consiglio non si nega mai ad un amico.—

Ariberti chinò la testa, e stretta la mano che il contino fu pronto a stendergli per accommiatarlo più presto, se ne andò via, maledicendo la sua stella, e quello sciocco vanaglorioso, che non voleva fargli servizio, nè mettersi un po' ne' suoi panni, per dargli un consiglio da amico.

Amico! Era un amico il contino? Sicuramente; uno di quegli amici da starnuti, che il più che se ne cava è un: Dio v'aiuti! E qui il nostro Ariberti incominciava dentro di sè un certo monologo sull'amicizia, che al petto suo quello famoso d'Amleto sull'essere e il non essere poteva andarsi a riporre.

Senonchè, tutti i monologhi del mondo avrebbero giovato poco nel caso di Ariberti. L'appuntamento era per le dodici; ed erano già scoccate le dieci.

Dal Ferrerò non voleva più andare. Anzi, a questo proposito, gli era venuto in mente di ritirarsi dalla collaborazione della Dora. Il sacrificio non era grande, per verità, perchè il giornale intisichiva a occhi veggenti e si potea prevedere che una settimana o l'altra avrebbe tirato il calcetto. Ma il colpo mulinato dall'Ariberti indicava il proposito di levarsi da quella compagnia di sciocchi invidiosi e pettegoli, che in un momento di bisogno lo lasciavano nelle peste.

Andare da Bertone? Ma a che farci? Quale utile consiglio avrebbe potuto dargli quel topo tettaiuolo? Ara diritto, non ti mettere negl'impicci, non andare a cercare il male come i medici, se vuoi viver tranquillo! Ma questo era il senno di poi, del quale son piene le fosse, come diceva il becchino, che era uomo da saperlo. Quanto a dargli una mano in quella sua necessità, Filippo non gli avrebbe servito a nulla.

Pensa e ripensa, cammin facendo, gli sovvenne d'un certo Tizio, capo scarico e accattabrighe per la pelle, col quale avea fatto conoscenza un mese addietro alla birreria di Valdocco. Il compare aveva preso una sbornia da non reggersi ritto; cionondimeno s'era attaccato con cinque o sei, che stavano seduti ad un tavolino lì presso, e che, lasciata la pazienza a Giobbe, s'erano messi a picchiarlo di santa ragione. Ariberti, che non lo conosceva punto, ma mosso da un sentimento di compassione, si era interposto, e usando le buone parole, aveva accomodato la cosa, portando via il furibondo, che voleva farli tutti a pezzi e bocconi. S'intende che i fumi della cervogia gli avevano dato al cervello. Difatti, come gli fu alquanto sbollita, conobbe il suo torto, ma più ancora il pericolo a cui s'era esposto, da solo contro un'intiera brigata, e giurò un'amicizia eterna al signor Ariberti, del cui nome, per altro, non poteva ancora pronunciare i due erre.

—Quello là (disse Ariberti tra sè, rammentando i saluti e gl'inchini che gli faceva il suo amico notturno ogni qual volta lo vedeva per via) quello là deve essere il mio uomo. Ma dove pescarlo, a quest'ora? Non so mica dove abita. Quella notte l'ho dovuto portare a casa mia, perchè della sua ci aveva smarrito il ricapito da un pezzo. Ma dopo tutto, non posso andare a chieder di lui nella birreria di Valdocco? Se è un avventore del negozio, come m'è parso, dovranno pure sapere dove ha il domicilio.

Gli parve quella una ispirazione del cielo, e se ne andò difilato alla birreria di Valdocco. Ma il padrone, che conosceva benissimo il signor Bonisconti (come si chiamava per l'appunto il compare), non ne conosceva del pari il ricapito. Per fortuna, all'udir la richiesta di Ariberti, saltò su una di quelle Erigoni, che nella birreria di Valdocco ministravano l'ambrosia di luppolo ai divoti. Costei sapeva tutto quanto mettesse conto al nostro eroe di sapere.