—Via di San Massimo;—diss'ella;—al numero 29, in fondo alla corte. Fatto il primo giro di scale, si prende per la scaletta a sinistra; secondo piano; non può sbagliare. C'è il campanello colla nappina rossa.—
Costei, come si vede, la sapeva lunga. E avrebbe potuto aggiunger dell'altro, se all'Ariberti fosse tornato utile di saperlo.
Ma l'Ariberti non avea più bisogno di nulla. Epperò, fatto un grazioso inchino al padrone e un altro alla ragazza, che glielo restituì con una occhiata assassina per la buona misura, se ne uscì dalla birreria, dopo aver bevuto pro forma una tazza di quel tristo succedaneo del vino.
Mezz'ora dopo, aveva trovato il Bonisconti, e, miracolo più strano a gran pezza, lo aveva fatto saltar giù dal letto, dove il suo conoscente pensava di schiacciare ancora un sonnellino di tre ore.
Il Bonisconti, per solito, si alzava all'alba dei mosconi; segno che andava a letto all'alba di tutti gli altri animali. Uscito di casa, e strofinatosi gli occhi un'ultima volta, si recava a bere il vermutte dal Cora; indi a meditar sotto i portici di piazza Castello e di Po, quando, s'intende, non ci fossero urgenti cagioni di alibì. Del resto, aveva buoni occhi, e i creditori li vedeva da lunge; anzi, pareva che li fiutasse, tanto era pronto a spulezzare alla prima cantonata. Pranzava, o, per dire più veramente, desinava alle cinque, lasciando che l'oste mettesse a libro, o tenesse in memoria. Fatto il suo chilo andava a teatro, dove, o per amicizia coll'impresario, o col primo attore, ci aveva sempre il passo libero, e pigliava le sue lezioni di storia, d'usi e costumi, dai maestri della ribalta, che egli pagava in fischi o in applausi, secondo l'umore. Dopo di che, sdrucciolava al caffè o alla birreria, dov'erano i suoi compagni d'oziosaggine. Si trincava, si cinguettava d'arte ed anche di filosofia trascendentale. Qualche volta, pensando ai debiti, si studiava sul sodo un disegno finanziario; e allora, veniva magari in campo l'idea d'una colonia italiana sul territorio dell'antica Cartagine. Ma i ricordi fenicii tiravano i cananei, e si finiva sempre a cercare qualche nuovo espediente per piantare un chiodo al popolo primogenito del Signore, dal cui seno uscivano i banchieri ordinarî della combriccola.
—Ella ha fatto bene, rivolgendosi a me;—disse il Bonisconti, poi ch'ebbe udito da capo a fondo la narrazione dello studente.—Non dubiti; ora andremo dal Priore e acconceremo quei signori pel dì delle feste. Ella non conosce il Priore? È un uomo che non vuol ciarle. Ha viaggiato sempre, conosce il globo terracqueo come la palma della sua mano e niente gli fa paura. Ha fatto il padrino in settantacinque duelli, due dei quali in America, da far rizzare i capegli, e i suoi propri non li conta nemmeno. È a Torino da un anno, con nostra soddisfazione grandissima, e lo sanno tutti una lama pericolosa; perciò nessuno ardisce toccarlo. Stia dunque di buon animo; il Priore ed io saremo i suoi padrini in questa faccenda, e i signori del matrimonio l'avranno a dire con noi.—
Ariberti respirò. Finalmente poteva farlo. Prima di allora, non aveva che ansimato.
Quando giunsero alla casa del Priore, questi era già uscito. Ma il Bonisconti era un buon cane da seguito e andava meravigliosamente sull'orma. Pochi minuti dopo, il Priore fu scovato, sull'uscio di una botteguccia da caffè; del quale uscio occupava tutto il vano coll'ampia travatura delle spalle.
—Eccolo là; vedete che pezzo d'uomo!—disse Bonisconti allo studente, con aria di compiacenza sublime.
Ariberti guardò, e vide un uomo sui quaranta, alto della persona e fieramente atteggiato. Portava la barba intiera, nerissima come i capegli, ma piuttosto rada sulle guance. Aveva occhi cilestri, che sarebbero stati belli, se non li avessero guastati certe palpebre vizze, rugose e livide, indizio certo di scioperate vigilie. Bello era il naso, diritto e sottile; ombreggiate da un paio di baffi morbidamente ricadenti sugli angoli, ma lì subito rialzati in due punte minacciose. Più notevole contrasto offriva la sua guardatura. Corrugava spesso le sopracciglia e rimaneva un tratto cogli occhi socchiusi; poi li riapriva d'un subito e il globo bianco perlato, sgusciandosi quasi dall'orbita, parea metter lampi.