Il Priore brontolò un paio di sillabe, che potevano essere un grazie, e andò a sedersi in un angolo, indicando cortesemente all'Ariberti di mettersi alla sua destra.
—E così? Veniamo al quia.
—Ecco;—entrò a dire il Bonisconti, mettendosi a cavalcioni su di una sedia rivoltata davanti a loro.—-Parlo io, per farla più breve.—
E raccontò in modo sbrigativo l'occorso, esponendo da ultimo il bisogno di ricordare che questi gli aveva fatto servizio una sera, alla birreria di Valdocco, difendendolo da una brigata di malintenzionati, mentre era in cimberli, e lì lì per soccombere.
—Veramente,—disse il Priore, mentre colla massima gravità facea sgocciolare dalla boccia di cristallo un fil d'acqua nella sua verde bevanda,—veramente, è sempre stato mio costume di non servir da padrino che agli amici intrinseci, o a coloro che fanno vita con me. Nelle quistioni io c'entro un pochino, come suol dirsi, cogli stivali, e non vo' uscirne senza una buona misura di sangue. Tanto peggio per chi ci si mette, senza esserci preparato. Donde la necessità che i miei clienti siano uomini provati ed amici. Ma Ella,—soggiunse con grazia,—se non è amico mio, può diventarlo. E quanto all'essere uomo provato, mi basta che abbia fatto servizio a Bonisconti… che è un buon saracino.—
Bonisconti s'inchinò, com'era debito suo. Sentirsi dare di buon saracino dal Priore era il massimo degli onori a cui potesse aspirare uno del refettorio.
—Or dunque,—ripigliò Tristano,—per che ora è l'appuntamento?
—Per le dodici.
—E che ore sono adesso?—
Bonisconti fece l'atto di guardare l'orologio; ma non lo aveva.