—Vedi che testa!—esclamò facendo bocca da ridere.—Nella furia del vestirmi l'ho dimenticato…

—Dove? al monte di Pietà?—chiese il Priore, ridendo per davvero.—Non ti vergognare, Bonisconti. È la fine di tutti gli orologi. Del resto, non son buoni ad altro. Si comprano per vezzo e si tengono come una valuta portatile, da cambiarsi alla prima necessità.—

L'amico scorbacchiato, quantunque di mala voglia, pure atteggiò le labbra ad un sorriso.

—-Sono le undici e un quarto;—diceva frattanto l'Ariberti, tutto confuso per aver dovuto cavar fuori il suo orologio.

La confusione veniva da questo, che lo studente avea un bell'orologio da tasca, raccomandato ad una lunga catena, un po' troppo vistosa, se vogliamo, e alquanto provincialesca, ma pur sempre d'oro massiccio; la qual cosa non dovrebbe guastar mai, ma che a lui, lì per lì, sembrava uno sfoggio asiatico e quasi insolente, al cospetto di quei due valentuomini che dovevano salvarlo da una brutta figura.

Per altro, s'ingannava a partito. Il Priore era un uomo che non faceva nulla a caso, e meditava sempre gli effetti che doveva ottenere.

—Vediamo se il suo va bene;—diss'egli.

E sollevato con un gesto regale il lembo del mantello, cavò dal taschino uno stupendo cronometro d'oro, di cui fece saltare il coperchio, per confrontare la sua mostra con quella d'Ariberti. Il quale, nell'atto di accostare il suo all'orologio del Priore, potè scorgere che il coperchio del cronometro era attorniato da un cerchietto di piccoli diamanti.

—Bello!—gridò egli, non potendo trattenere la sua ammirazione.

—Ah sì!—disse il Priore, accompagnando la frase con un sospiro.—È un ultimo ricordo di tempi felici. Ero infatti un uomo felice, quando militavo, sempre capitano di cavalleria, nell'esercito del raià di Lahore.