—E come hai potuto lasciare il servizio?—dimandò Bonisconti, che gli dava amichevolmente la battuta.

—Non ne parliamo! Anco i re sono uomini ed hanno diritto di esser gelosi;—sentenziò Tristano, rannuvolandosi.—Per altro, bisognerebbe che fossero uomini del tutto, e si potesse qualche volta giuocarsela anche con loro. Ma via, lasciamo questi discorsi, e andiamo piuttosto al ritrovo. Ella è pronta a scendere sul terreno?

—-Sicuramente! Posto tra le due corna del dilemma…

—-Preferisce il secondo corno. Ha ragione. E l'arma?

—Non so maneggiarne di nessuna specie.

—Bene!—esclamò il Priore colla medesima facilità con cui il contino
Candidi aveva detto: «male!»—Ella si batterà dunque alla pistola.

—Vada per la pistola!—rispose Ariberti, che ormai si vedeva in ballo.—Io sono nelle loro mani.

—Non dubiti; con noi farà sempre buona figura;—entrò a dire Bonisconti.—Andiamo dunque al caffè dell'Aquila, a sentire questi due messaggieri del signor Forniglia. Ella c'indicherà i loro rispettabili grugnì.

—Ci presenterà come suoi padrini,—soggiunse il Priore, per metter le cose nei giusti termini,—e ci lascierà subito. Verremo poi a cercarla sotto i portici di piazza Castello, per informarla dell'esito del nostro colloquio.—

Erano le dodici in punto, quando i tre compagni giunsero davanti al caffè dell'Aquila, dove era fissato il ritrovo. L'Ariberti entrò, diede un'occhiata nella sala, ma non vide i due che cercava.