Quella risposta giunse inaspettata ai due nuovi venuti, che si volsero stupefatti a guardare i loro avversarii. Si argomentavano di poter sopraffare quel povero ragazzo, di metterlo, come suol dirsi, tra l'uscio e il muro; e in quella vece, si vedevano a fronte due uomini, uno dei quali, alla presenza poderosa e alla guardatura superba, pareva dovesse bastare per tutti.

—I signori…—balbettò confuso il primo che aveva parlato, recando macchinalmente la mano alla tuba.

—Tristano Falzoni;—entrò a dire gravemente il Priore, continuando la frase;—e questi è il mio collega, signor Giorgio Bonisconti; ambidue ai loro riveriti comandi.—

Quei due non ebbero nemmeno la presenza d'animo di mettere fuori i loro nomi. Stettero muti come due pesci, facendo istintivamente un inchino.

—Vogliano entrare!—disse Tristano, col piglio di un comandante in piazza d'armi.—Parleremo con più agio là dentro. Signor Ariberti, la ringraziamo da capo dell'onore che ci fa, mettendo l'onor suo nelle nostre mani. Ella sarà servita come desidera; si fidi di noi e si degni di aspettarci qualche minuto.—

Ariberti, tutto confuso da quella cerimoniosa solennità del Priore, strinse la mano a lui e al Bonisconti. Indi, salutati con un grazioso inchino i due padrini avversarii, si allontanò con passo leggiero dal caffè dell'Aquila.

Con passo leggiero, sì; ma dentro del cuore il nostro eroe sentiva qualche cosa che non era allegrezza. A dirvela chiaramente, ci aveva dentro di sè una sensazione di vuoto, che i medici avrebbero spiegato come la conseguenza di una soverchia tensione di nervi, i filosofi, come un torpore delle facoltà mentali, e i gastronomi come il bisogno di una costoletta e d'un bicchiere di vecchio Borgogna: ma che io, profano alle scienze, non mi attenterò di indagare, contentandomi di raccontarvi che questo indefinibile stato dell'animo suo non gli consentiva di pensare a nulla, di fermarsi su nulla. Era quello un momento d'incertezza per lui, come una lunga battuta d'aspetto nella sua vita. E invero, a che cosa avrebbe egli utilmente pensato, se quella impresa che si stava deliberando per lui tra i quattro padrini, poteva mandare a vuoto ogni proposito, ogni disegno suo, ed anco interrompere il filo della sua giovine vita?

Andava innanzi, muovendo le gambe e gli occhi a guisa d'automa, cansando i viandanti per virtù d'abitudine, vedendo intorno a sè, e non considerando ciò che vedeva. Gli passavano da fianco le contegnose dame e le frettolose pedine; ma egli non dava più loro quella rapida occhiata che conforta il senso estetico e ci fa dire tra noi: ecco una bella capigliatura, un bel piede, una graziosa curva di spalle. Fu un istante tra gli altri che il pensiero gli corse a Dogliani, a suo padre, a sua madre, alle sue tranquille gioie domestiche, e lo assalse un brivido e gli passò l'anima la punta acuta di un rimorso. Cercò allora di scuotersi, di scacciare da sè quel tenero e molesto pensiero, e si fermò davanti alla mostra di un libraio, per vedere alcune stampe che attiravano la curiosità dei viandanti. Ma aveva un bel guardare; non intendeva nulla di nulla.

Si mosse di nuovo, per andare verso piazza Castello. E appunto allora i suoi occhi caddero su d'una figura di donna, che scendeva verso la sua parte, con quel passo nè frettoloso nè tardo che distingue la gran dama, più ancora che non facciano lo sfarzo e l'eleganza degli abiti.

I contorni della persona, l'andatura, il portamento del capo, destarono l'attenzione del giovane e gli fecero battere il cuore. Forse lei? Sì, certo, ancora due passi e non v'era più dubbio per Ariberti; era lei, la marchesa di San Ginesio che veniva alla sua volta. Un velo di pizzo nero le scendeva sul viso, ma senza nasconderne la maravigliosa bellezza.