Tremò a quella vista, arrossì, e volle tornare indietro. Ma la dama si avvicinava sempre più e non gli venne fatto di uscirsene a quel modo; era affascinato, attratto verso di lei. Poco stante si sentì come travolto in quell'onda di arcani effluvi che emana da una donna amata, a cui ci troviamo per la prima volta vicini. La marchesa passava, leggiera e composta negli atti, daccanto al giovine innamorato, che in quel momento si sentì ribollire nel profondo tutti gli assopiti ardori, tutti i desideri di prima. E proprio in quel momento gli parve che gli occhi della marchesa fossero volti su lui. La cosa non aveva niente di strano. Neanche alla dama più contegnosa del mondo è dato di passare per via, senza che il suo sguardo s'incontri mai nello sguardo di qualcheduno tra i viandanti che l'ammirano. Ma dopo tutto, lo aveva essa guardato davvero? Pensandoci bene, Ariberti non avrebbe potuto giurarlo, perchè egli in quel punto medesimo aveva abbassato timidamente le ciglia.

Ben gli diè l'animo di voltarsi a guardarla, dopo pochi istanti che era passata; che anzi e' l'avrebbe volentieri pedinata un tratto, ad una rispettosa distanza, per non dar nell'occhio alla gente, e vedere intanto se gli riusciva di sapere ove ella abitasse. Ho già detto che Ariberti, riguardoso in ciò come tutti gli innamorati di primo pelo, non aveva ardito mai di domandarne ad alcuno. Nè poteva scoprirlo da sè, all'uscir di teatro, perchè la marchesa saliva in carrozza, e via; di guisa che a lui non restava altra speranza che quella di incontrar la signora in istrada e di seguirla da lunge.

Quello era dunque il buon punto. La marchesa era uscita di certo per fare qualcuna di quelle compere eleganti, che non si commettono a un servitore, o ad una cameriera. Poteva darsi che ci fosse la vettura ad aspettarla ad una svolta di strada, e poteva anche darsi che non ci fosse. In questo caso, egli avrebbe potuto sapere finalmente il fatto suo, tenendole dietro con molta circospezione ed altrettanta pazienza.

Ma in quella che il giovinetto era li per colorire il suo disegno, gli venne alla mente il ritrovo coi due padrini. Egli non era più libero; era in balìa di quei signori, che avevano stabilito la sua sorte e che forse allora si muovevano per andarlo a cercare sotto i portici di piazza Castello.

Vedete un po' che disdetta! Proprio in quel momento; proprio la prima volta che gli era dato di vedere la marchesa a piedi per le vie di Torino! E per chi, poi, quella noia? Per chi, quel duello imbastito? Per una femminuccia, pigliata in mal punto a proteggere. Ariberti si vergognò della sua debolezza; là, alla luce del giorno, in quel luogo per dove era passata pur dianzi la regina de' suoi pensieri, e dove gli sembrava di respirarne ancora le soavi fragranze, il ricordo di Giuseppina Giumella gli destava un senso di ribrezzo per tutte le fibre: sto per dire che gli muoveva lo stomaco.

Infastidito, pigliò l'abbrivo verso piazza Castello. Se in quel punto gli fosse venuto dinanzi quel figuro di Forniglia, gli si sarebbe avventato alla gola come un mastino rabbioso, tanta era la stizza che lo divorava. Figuratevi dunque con che grido di giubilo egli, poc'anzi così abbattuto, accogliesse le parole del Priore, venuto ad annunziargli che era deliberato lo scontro.

CAPITOLO VII.

Qui si contano alcune belle particolarità del Priore Tristano e de' suoi Cavalieri di Malta.

—Li abbiamo messi colle spalle al muro;—-disse Tristano.—Erano venuti per sonare e furono sonati. Lo scontro è stabilito per domattina alle otto; abbiamo scelto la pistola; dodici passi di distanza, che è il minimo della misura legale; tirare fino a tanto che uno rimanga ferito.

—Grazie!—rispose Ariberti convulso.—È quello che volevo.—