Quasi sarebbe inutile il dire che conosceva le vie di Costantinopoli e del Cairo, come quelle di Torino, e che aveva pellegrinato, quantunque senza fede, alla Mecca. Noterò, pei dilettanti di cose strane, che aveva fumato nei loro luoghi naturali l'oppio e l'hatschisch, masticata la radice del betel nella patria di Antar, e profumata la barba colle soavi fragranze della schnuda di Tunisi. De' suoi viaggi in America ha già toccato brevemente l'amico suo Bonisconti. Aggiungerò che poteva parlare con piena cognizione di causa della vita randagia, che si fa nelle pampas di Cordova, e delle preziose pagliuole che si cercano avidamente tra le sabbie dell'Eldorado.

Tirato sul proposito di questi suoi viaggi arrangolati in tutte le parti del mondo, il Priore soleva dire scherzando:

—Di grazia, signori miei, che cosa fate voi altri quando vi recate ad abitare una casa nuova? E vi è mai accaduto di andarvene senza averne veduta ogni camera, ogni angolo ed ogni bugigattolo? Orbene, anche io ho deliberato di non intonare il Nunc dimittis senza aver dato prima una scorsa a tutto questo nostro domicilio sublunare.

Come poi questo bizzarro personaggio fosse venuto a dar fondo in Torino e ci vivesse da un anno, senza desiderio di mutar aria, quantunque non ci avesse occupazione di sorte, io veramente non saprei dire ai lettori. Forse è da rammentare, a questo proposito, che la vita ha i suoi punti di riposo, come l'Oceano ha i suoi mari di sargasso, dove le correnti non entrano e dove si resta così facilmente impigliati, a far vita coll'alghe e coi granchi.

Si diceva bensì da taluno che il Priore avesse tentato e non disperasse ancora di entrar nelle file dell'esercito, ma che nuocesse a questo disegno suo nei consigli del governo l'esser egli nativo di Malta e suddito inglese per conseguenza. Altri pensava che la difficoltà derivasse dal non aver egli brevetto di un governo conosciuto, poichè difatti il suo grado di capitano egli lo ripeteva da un principe indiano, poco o punto tributario della graziosa regina Vittoria.

Comunque fosse, il nostro Maltese, cittadino del mondo, tirava innanzi facendo una vita che poteva dirsi un quid medium tra quella del signore e quella del pezzente, spendendo largo quando ne aveva e vivacchiando il resto alla ventura. E qui bisogna soggiungere, che egli ne aveva quando gliene mandava la famiglia; perchè a Malta vivevano trafficando i fratelli ed un vecchio zio, creduto da molti la provvidenza di questo cavalier vagabondo.

Bonisconti, che era un pochino il suo profeta, commentando un certo discorso misterioso che veniva fuori di tanto in tanto, e a brandelli, diceva sottovoce ai più fidi che una principessa indiana (egli non sapeva poi se la principessa madre, o principessa consorte) si era invaghita anni addietro del vistoso capitano di cavalleria, e che era per l'appunto costei che a dati intervalli mandava i rinforzi al Priore, togliendogli dal suo bravo spillatico.

L'esser pagato Tristano presso un banchiere inglese, sopra rimesse di Malta, lasciava adito alla seconda supposizione come alla prima. Tutto sommato, oggi ricco e domani povero, spensierato sempre, era un misto di gran signore e di sciamannato, di cavaliere e di avventuriero, come quel famoso Trelawnay, amico di lord Byron, a cui simili tipi davano tanto nel genio.

Le cinque erano presso a suonare, quando i tre peripatetici si avviarono al refettorio. Il refettorio (rammenteranno i lettori che questo nome è già venuto in ballo una volta) non era in un luogo determinato, ma oggi qua, domani là, secondo i casi e gli umori. Per quei giorni esso era in una sala a pianterreno dell'osteria del Mago, nei pressi di Vanchiglia. Il Mago era il soprannome dell'oste, passato per estensione alla taverna, quantunque nell'insegna la si chiamasse della Fenice. Ma già, la Fenice!…. «Che vi sia, ciascun lo dice; dove sia nessun lo sa». E all'osteria del Mago non si trovava, di certo; neanche dipinta, poichè da un pezzo le intemperie avevano cancellato lo sgorbio.

Si radunavano in quel luogo altri tipi della medesima specie; uomini in cerca d'uno stato sociale, come il Gerolamo Paturot di Luigi Reybaud, giornalisti a spasso, capitani senza soldati, autori senza editore, studenti senza iscrizione, marchesi senza marchesato e conti senza contea, indebitati fino agli occhi, nemici della società in generale e della stirpe di Giacobbe in particolare; per altro, tutti persone a modo, intinti, inverniciati, infarinati di scienze, d'arte, di cavalleria e di tutto quel che volete. Amavano dirsi gentiluomini; avevano il punto d'onore sulle dita; nel loro seno si reclutavano i padrini di quasi tutti i duelli; anzi, non occorreva uno scontro sul terreno che essi non ci avessero mano, vuoi come primi, o come secondi, o come invitati a dare il loro riverito parere. Per questo rispetto s'erano buscati il nome di compagnia della buona morte; ma s'intende che nessuno si pigliava il fastidio di andarglielo a dire sulla faccia. Eglino, invece, dopo l'acquisto di Tristano, che era divenuto per tacito consenso il loro capo, si chiamavano per celia i cavalieri di Malta. Non si vedevano più insieme sugli spaldi a combattere il Turco infedele; si vedevano per altro in refettorio a distrugger bistecche, e il loro Gran Maestro si era perciò rassegnato al più modesto ufficio di priore.