Contuttociò, Tristano Falzoni regnava senza contrasto su tutti. Nessuna autorità al mondo fu più facilmente accettata, nè più divotamente obbedita della sua. Alla guisa di tutti gl'imperatori venuti su dal suffragio delle plebi, armate od inermi che fossero, egli ripeteva la sua potestà da quell'impasto fortunato di virtù, di vizi, d'audacia e di condiscendenza, che fa dire ai beatissimi sudditi: non è un uomo diverso da noi che ci comanda; siamo noi, compendiati, rappresentati in quell'uomo, fatto ad immagine nostra.

La sala era già piena quando il Priore comparve sulla soglia. Alla sua vista, i quindici o venti, che già sedevano a mensa, urlarono un triplice evviva, a cui egli rispose col più amabile de' suoi sorrisi e con un placido gesto che consigliava gli amici a star cheti. Il gesto e il sorriso, non accompagnati da alcuna di quelle frasi in cui si esprime così felicemente la chiassosa dimestichezza, quando ella si mette, sto per dire, in maniche di camicia, persuasero ai compagni che quello era giorno di alta diplomazia e che il Priore voleva stare in contegno.

Nè stettero molto ad intendere la ragione; che era, come i lettori avranno già indovinato, la presenza di Ariberti. Dietro al Priore e innanzi di Bonisconti videro diffatti inoltrarsi quel giovinetto, dal viso bianco e di gentili fattezze, snello, di capel nero, insomma un bel ragazzo, sebbene un po' stonato là dentro, colla sua aria da collegiale.

La gazzarra si chetò ad un tratto, e ripigliarono in quella vece i discorsi sommessi.

—Ecco un neofita!

—Chi sarà mai?

—To', un uccello che esce dal nido e vuole provarsi a volare.

—Purchè abbia penne!

—Che importa? Di questo si occuperà mastro Levi, figlio di Ruben, della tribù di Manasse. Io non gli domando che una cosa, d'essere un buon figliuolo e di bere volentieri.

—Son due, di cose.