—No, ce ne guardi il cielo.—Scrivere! che, le pare?

—C'è troppa fatica;—notò sorridendo Tristano.

—Sicuro; e perchè farla? Del resto, gl'insegnamenti più efficaci non sono mica gli scritti. Vedete Socrate; non ha mai messo in carta una riga di suo.

—Ma parlava,—soggiunse un altro;—ed io abolirei anche l'insegnamento parlato, che qualche volta fa ber troppo amaro.

—Non mi dispiace il concetto,—ripigliò Luciano Valerga.—Ammettiamo la chiacchiera, che è stata fin da principio, come dice l'evangelista, ma aboliamo il discorso. Che c'è di più bello in arte di ciò che si pensa a caso, e che si vede pigliar forma davanti agli occhi della fantasia? Le nostre membra in ogni esercizio si addestrano; anche la fantasia, se la farete lavorare, vi diverrà due tanti più agile. Qual dramma sarà mai più commovente, più profondo, più splendido, di quello che si agiterà nel vostro cervello? Qual poema riuscirà più grandioso e più vario di quello che si svolgerà dai globi di fumo mandati fuori dalla vostra pipa di spuma di mare? Il Bosforo a lume di luna, le odalische mollemente adagiate sui divani del Serraglio, il Canal grande e le sue gondole che guizzano chetamente nell'ombra, come belle peccatoci ravvolte nella nera mantiglia, le cattedrali coi loro marmi lavorati di traforo come tanti merletti, le pagode lucenti di porcellana, le piramidi immani, le sfingi, le chimere, il Lago d'asfalto, i sotterranei d'Ellora, il baratro d'una coscienza, eccovi un mondo di errori sublimi, che ognuno può evocare e godersi da sè.

—Ma tu che ammiri lord Byron,—replicò l'antagonista di Luciano Valerga,—come accordi la tua teorica col fatto suo? Il tuo poeta ha scritto i suoi poemi e i suoi drammi.

—L'obiezione non regge,—disse Luciano, in quella che stava cercando una gretola.—Lord Byron non ha mai scritto nulla, nel modo che intendi tu.

—Oh diamine! E le ghinee di Murray?

—Vedrete,—soggiunse un altro,—che Luciano vi nega anche l'esistenza delle ghinee.

—Difatti, trovatemene una, se vi riesce;—gridò con aria di trionfo il Valerga.