Ma esistono i poemi, esistono i drammi di Byron, e tu ne fai il tuo pasto quotidiano, s'intende, dopo le bistecche del Mago.
—Lasciatemi finire. Ho premesso che egli non ha mai scritto nulla nel modo che intendete voi altri lo scrivere. Ecco qua; io so il fatto da buona sorgente, dalla figlia della governante che ebbe il mio poeta a Venezia. Il padrone, come sapete, passava le intiere giornate nuotando, cavalcando, fantasticando, eccetera; anzi, mettete qui molti eccetera, quanti bastano per farlo giungere all'ora del sonno. Si svegliava la mattina assai tardi, com'è debito di ogni uomo che pensa; e quando si svegliava sapete voi cosa trovava sullo scrittoio? I suoi quaderni di carta scombiccherati da capo a fondo, con quelle centinaia di versi divini che Murray pagava una ghinea l'uno, o venticinque lire e qualche centesimo che non conosco esattamente il ragguaglio della moneta.
—Benissimo; e perchè allora non fai il sonnambulo anche tu e non scombiccheri i tuoi quaderni nell'ora del sonno?
—Sì, eh? Trovami un Pomba o un Fontana, che mi paghi il verso in ragione di venti lire (vedi che sono discreto) e dammi pure del furfante, se ogni mattina non trovi sullo scrittoio un centinaio di versi… ed anche degni di Dante.
Luciano Valerga poteva promettere, a quei patti, di superare anche
Omero.
—Mi faresti venire la voglia di essere un Rothschild, per tentare la prova;—entrò a dire Tristano, sorridendo di quell'olimpico sorriso che ben si addiceva alla sua sovranità.
—Ma non lo sei, e la voglia non ti verrà mai;—riprese il Valerga—e nemmeno io scriverò i miei poemi per questo popolo guitto di editori e di lettori. Del resto—proseguì con accento più grave,—ho detto Dante per modo di dire. Oramai, ci vorrebbe del nuovo. Dante lo fu pel suo tempo, e in guisa mirabile, stupenda; ma, per sostenersi a quel paragone, oggi bisogna far altro. Allora il poeta poteva rimanere nel vero, andando nell'inferno, nel purgatorio e nel paradiso, perchè la leggenda aveva corso in piazza; ai dì nostri il poeta ha da cercare il meraviglioso nella natura, ha da scoprire nella vita umana tutto il grande che i vecchi erano andati a limosinare di fuori. Byron, che fu un genio, ha intraveduto la fonte della nuova poesia nell'uomo interiore e negli aspetti varii del mondo, visitato, esplorato da lui con ansia febbrile. Ma l'ansia lo ha tradito; egli non ha veduto che poca parte, e solo la superficie del mondo; dell'uomo, poi, non ha indovinato che certe forme eccezionali, grandiose, perchè colorite dal suo ingegno possente, ma monche, senza i contorni del vero, perchè egli, le traeva dalla sua mente e l'uomo non era stato in azione davanti al pittore.—
Ariberti era tutt'orecchi a quella infilzata di giudizi arbitrarii, che gli parevano lì per lì le cose più vere e più profondamente pensate del mondo. Intanto il Valerga, che aveva preso l'aire, continuava, tra un boccone e l'altro, le sue dotte divagazioni.
—La natura è stata meglio veduta dal Goethe, che pure ha viaggiato meno del suo grand'emulo inglese. I suoi uomini, per altro, estrinsecamente più veri, sono più fiacchi, hanno meno passioni, meno contrasti. Ora la vita è nel contrasto, come il genio è nell'antitesi. Bisognerà fondere questi due poeti in un solo e avremo il poeta dell'avvenire, colui che potrà cantare la guerra e la vittoria dell'uomo colla natura, e la sua guerra e la sua sconfitta col nulla immenso. Son qui le antitesi; son qui le fonti della nuova poesia. Forse, chi sa? c'è ancora del sovrannaturale nel mondo; ma d'una forma diversa dall'antica. Ricordo a questo proposito che i giapponesi credono all'immortalità dell'anima; sissignori, ma in un modo diverso dai nostri vecchi barbogi.
—O come, in un modo diverso?—dimandò uno dei soliti contradditori.—O credono, o non credono, e non c'è divario che tenga.