—Adagio, Biagio! Ci credono, ma solamente per le anime perfezionate. E dopo tutto, non c'è niente di strano. Si nasce ignoranti e si muor dotti, non è egli vero? Dunque non c'è niente che cozzi colla nostra intelligenza nella ipotesi scientifica di un'anima perfettibile. Ora, i miei giapponesi, che hanno trovato già la perfezione nelle loro porcellane e nel modo di inverniciarle, credono che l'anima, quando abbia raggiunto quel grado di perfezione che ho detto, non sia più destinata a perire. Così stando le cose, l'immortalità non sarebbe più un premio dato a casaccio agli uomini grandi e ai poveri di spirito, ma la conseguenza logica di un raffinamento, recato alla sua ultima potenza. Il che, giusta le norme della giustizia distributiva, mi pare assai ragionevole, o per lo meno ben trovato e tale da onorare in faccia al mondo la filosofia del Giappone.
—Che pensi tu dell'anima di un creditore?
A questa domanda, uscita dal fondo della sala, scoppiò una risata universale.
Luciano Valerga aggrottò le ciglia, e con quell'aria di mistero che assumono i confidenti di tragedia quando vanno a dare un'occhiata dietro alle quinte, domandò:
—-C'è un creditore tra noi?
—Perchè?—gridarono molte voci in coro.
—Per pregarlo ad uscire;—-rispose gravemente Luciano.—È legge di cortesia rispettare i presenti.
—Tira, via, non c'è pericolo. Sei qui in mezzo a debitori morosi e della più bell'acqua del mondo.
—Or bene,—ripigliò allora il Valerga,—sappiatelo; i creditori…. non hanno anima.
—Bella scoperta! È vecchia più di Matusalem.