—Sì; ma c'è di peggio.

—Che cosa?

—Che questa…. Ma badate, rimanga un segreto tra noi!… che questa è l'unica differenza di rilievo tra i creditori e i bottoni.—

Le risate ripigliarono più mattamente di prima. Si era alle frutte, e l'allegria, insieme ai fumi del vino, vaporava dai cervelli al trono dell'Onnipotente, ma trovando per via i casigliani del pian di sopra ai quali non doveva tornar troppo piacevole quella posizione intermedia.

Era diffatti un chiasso indemoniato, se ne dicevano di tutti i colori; si confondevano le più astruse teoriche colle più libere celie, i più alti nomi coi più volgari pettegolezzi, e chi non ci era avvezzo, aveva a restarne intronato. Figuratevi Ariberti, il giovane studente, uccello a mala pena uscito dal nido, e cascato di botto in quella baraonda! Egli cadeva, come suol dirsi, dalle nuvole, non si raccapezzava più in quel mondo nuovo per lui, dove tutti i commensali, gente non mai veduta fino a quel giorno, gli parevano uomini più grandi del vero.

Girato il discorso sui debiti, si citarono i più colossali di cui si onorasse la brigata. Un Tizio, bel giovane, titolato, notevole per la gravità con cui diceva le cose più sgangherate, aveva già divorate due eredità a ventitrè anni, e sopportava ancora cento sessanta mila lire di debiti nuovi.

—Chi pagherà?—chiese Ariberti sbalordito al suo vicino di tavola.

Allah kerim!—rispose il Valerga.—Dio è grande. Dopo tutto, il marchesino ci ha in vista l'eredità di una vecchia zia, che non lo ha ancora maledetto.

—Sì, ma quando avrà pagato i suoi debiti, rimarrà di nuovo sul lastrico.

—Bravo! Ma avrà vissuto. Giovanotto, si vive una volta sola, quaggiù. La vita ha da essere come la voleva quell'ottima principessa francese, di cui non rammento più il nome, courte et bonne.