—Ma la noia dei creditori alle calcagna!… Perchè io mi penso che questi signori non staranno mica a contare i giorni dalla finestra….

—Miserie della vita! Ogni diritto ha il suo rovescio. Ci si fa il callo, non dubiti. Del resto, siamo in guerra, e bisogna destreggiarsi. Il mondo è pieno di creditori. Ma l'uomo animoso non teme le fiere. E poi, quando un clima non è più vitale, si parte. Cesare andò nelle Gallie; Tristano è andato in India, in California, da pertutto. Ha già fatto fortuna una mezza dozzina di volte: poteva essere un buon diavolo, far casa, aver figli, scrivere ogni giorno una pagina sul suo libro mastro, come usano tanti imbecilli; ma no, questa sorte di vita non era la sua. Tristano era un uomo; ha vissuto.

E via di questo passo, Luciano Valerga filosofava su tutto, innalzava ogni cosa a dignità di teorica. Ariberti non si arrischiava a rispondere; temeva di parere un collegiale; e, quel che è peggio, o forse la mala piega dell'esempio, o il calore del vino, la sua ragione affogava in quel mare magno di paradossi. A furia di sentirne, non gli sembravano più tali; certe marachelle, che in ogni altra occasione gli avrebbero urtato i nervi gli assumevano un tal colore di buona guerra, da parergli le cose più ragionevoli, se non per avventura le più liscie del mondo. Tutto ciò che fino a quel giorno gli era sembrato più saldo, gli tremava sotto ai piedi ad un tratto; affondava nella sabbia traditora, e tanta era la curiosità dell'ignoto e tanta la dimenticanza di sè medesimo, che egli non annaspava nemmeno, come fa il naufrago, tentando di aggrapparsi colle mani a qualcosa.

Compatitelo. La sua vita, dopo tutto, non pendeva essa da un filo? Anche lui, pel suo verso, si trovava fuori di squadra. A che lottare con un pericolo immaginario, quando ne incalzava un altro, e pur troppo reale? Che cosa sarebbe stato di lui il giorno seguente?

Quel molesto pensiero gli tornava di tanto in tanto allo spirito e gli dava una trafittura. Per altro, a mano a mano che le ore scorrevano e le ciarle si seguitavano, quel sopraccapo scemava, e Ariberti sentiva crescere dentro di sè quella felice spensieratezza, che entra per due terzi nella falsificazione del coraggio.

Tristano gli diede il tracollo, sollecitando il suo amor proprio, che è l'altro ingrediente della falsificazione di cui sopra.

—Abbiamo chiaccherato abbastanza;—diss'egli, alzandosi da tavola.

—Come? Te ne vai?

—Gli affari passano avanti a tutto. Abbiamo una faccenda a sbrigare con Bonisconti. Ma badate, stassera vogliamo stare allegri. Anzi, se volete, si balla in casa mia. Chi ha dame, le porti. Io metto mano al Buona Speranza, di cui mi rimangono ancora parecchie bottiglie, e alle cassette di Manilla; ultime tavole—aggiunse con un sospiro il Priore—del mio grande nauragio.

—Benissimo! Accettato! Tristano è un gran principe!