Era nevicato tutta notte e il mattino era freddo, il cielo coperto, l'alba grigia e stentata.
Una carrozza chiusa, che portava Ariberti, il Priore, Bonisconti e un quarto personaggio, che doveva essere il chirurgo, sboccava dal corso di Santa Barbara sul ponte delle Benne, che mette fuori città, cavalcando la Dora. I nostri viaggiatori mattutini erano tappati là dentro e per giunta inferraiolati fino agli occhi, non tanto pel freddo, che, durando il mal tempo, era abbastanza sopportabile; quanto perchè i signorini avevano passata la notte in piedi.
Il lettore ricorda che Tristano aveva invitato tutti i cavalieri di Malta ad una festa da ballo in casa sua, con quante dame avessero potuto raggranellare. E la festa s'era fatta; e le dame erano state parecchie; non certamente delle più nobili (che anzi!…), ma belle la più parte, giovani tutte, e punto schizzinose. Figuratevi; i cavalieri le invitavano a far due salti, senza bisogno di presentarsi; le impegnavano lì per lì, senza note sul taccuino; si andava, si veniva, si restava di qua o di là, senza tante cerimonie; e quando uno, per la scarsità delle sedie, non sapeva dove posarsi, adagiava il fianco sul pavimento, ai piedi della dama, nella graziosa postura di Amleto allo spettacolo di corte, o del fiume Po, nelle antiche carte bollate del Regno.
L'allegria era stata molta, anzi fin troppa; nè tutti avevano ancora finito coll'addormentarsi qua e là, negli angoli del quartierino, quando il padrone di casa usciva coi due compagni, lasciando i suoi convitati padroni del campo.
Prima di andar fuori, il giovane Ariberti si era risciacquato per bene il capo; a ciò consigliandolo il Priore, che vedeva in quella abluzione uno spediente infallibile per dissipare i vapori dell'orgia. Quindi, per rimettersi un po' di fiato in corpo, aveva bevuto un bicchiere di vin caldo, con molta cannella e molti chiodetti di garofano. Anche questo era un rimedio del Priore, che non si era certamente formato alla scuola di Salerno. Contuttociò, egli non aveva cansato i danni della veglia prolungata, si sentiva pesare la testa, aveva il cervello intronato e la bocca amara.
Ma che farci? Secondo il tempo, naviga; dice il proverbio. Un buon letto sarebbe stato a quell'ora la man di Dio; ma il letto e la pace son fatti per gli uomini di buona volontà; e questo, se non pel letto in particolare, certo per la pace, che comprende in sè tutte le forme della quiete, è stato detto e cantato in musica da un coro d'angioli, una notte che neppur essi avevano potuto dormire.
Erano passate di poco le sette, quando la carrozza, abbandonando la via battuta dal Parco, s'inoltrò per una stradicciuola che andava verso il fiume, alle spalle del Camposanto.
—Bel luogo!—disse Tristano, guardando attraverso i cristalli il muro di cinta della necropoli.—Chi muore da queste parti ha fortuna; non c'è caso di scomodare gli amici per l'accompagnamento funebre.—
A quella amara facezia un brivido corse per l'ossa al nostro giovane eroe. Si vide in una bara, portato da due becchini lunghesso un'aiuola del triste recinto, e pensò a Dogliani, a suo padre, a sua madre, che, poveretti, non sospettavano di nulla, e lo facevano forse già alzato da letto, ma per dare una scorsa ai suoi libri e prepararsi ad una lezione sul Jus quiritanum.
Il Priore, che non lo perdeva d'occhio, si avvide di quel moto, quantunque lievissimo, del suo primo.